Animazione

La Regione in cifre 2016

09/03/2017

Edito dal 1970, Regione in cifre rappresenta un utile strumento di lavoro per gli operatori del settore pubblico e privato, che hanno così a disposizione una selezione delle più importanti quantità statistiche del Friuli Venezia Giulia. Il volume, suddiviso nelle classiche 7 aree...

Edito dal 1970, Regione in cifre rappresenta un utile strumento di lavoro per gli operatori del settore pubblico e privato, che hanno così a disposizione una selezione delle più importanti quantità statistiche del Friuli Venezia Giulia.

Il volume, suddiviso nelle classiche 7 aree tematiche per complessivi 22 capitoli descrive ed aggiorna puntualmente i diversi aspetti della società: il territorio, le infrastrutture, l’economia e il lavoro, con alcuni approfondimenti aggiuntivi sulle imprese, la pubblica amministrazione che integra con nuovi dati il capitolo “giustizia”, la società, la popolazione ed i confronti internazionali. La pubblicazione dispone inoltre di un glossario completo dei termini utilizzati come supporto per la lettura e l’interpretazione, ed una serie di link che indirizzano agli argomenti su altre fonti di analisi.
Tavole e grafici sono scaricabili assieme al volume e ad una sintesi dei dati più significativi.

Edito dal 1970, Regione in cifre rappresenta un utile strumento di lavoro per gli operatori del settore pubblico e privato, che hanno così a disposizione una selezione delle più importanti quantità statistiche del Friuli Venezia Giulia.

Il volume, suddiviso nelle classiche 7 aree tematiche per complessivi 22 capitoli descrive ed aggiorna puntualmente i diversi aspetti della società: il territorio, le infrastrutture, l’economia e il lavoro, con alcuni approfondimenti aggiuntivi sulle imprese, la pubblica amministrazione che integra con nuovi dati il capitolo “giustizia”, la società, la popolazione ed i confronti internazionali. La pubblicazione dispone inoltre di un glossario completo dei termini utilizzati come supporto per la lettura e l’interpretazione, ed una serie di link che indirizzano agli argomenti su altre fonti di analisi.
Tavole e grafici sono scaricabili assieme al volume e ad una sintesi dei dati più significativi.

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Standard minimi per l'Orientamento

16/02/2016

Il tema dell’orientamento è stato in questi anni negletto in modo davvero inverosimile. Gli investimentidelle regioni italiane per i sistemi di orientamento alla formazione ed al lavoro sono tra i più bassi d’Europa ed è evidente come l’assenza di un sistema di orientamento...

Il tema dell’orientamento è stato in questi anni negletto in modo davvero inverosimile. Gli investimentidelle regioni italiane per i sistemi di orientamento alla formazione ed al lavoro sono tra i più bassi d’Europa ed è evidente come l’assenza di un sistema di orientamento alla formazione ed al lavoro all’altezza della domanda dei giovani e dei disoccupati non aiuti il mercato del lavoro e le scelte delle persone. Inoltre, a differenza di quanto accade in paesi come la Francia e la Germania, mancando servizi obbligatori e ben strutturati, non esistono competenze definite per gli operatori, corsi di laurea preparatori ed in grado di promuovere una competenza fondamentale per l’attivazione al lavoro e per affiancare le persone nelle fasi di transizione come quella dell’orientamento. Esistono corsi di counselling ed anche di bilanci di competenze ed orientamento di secondo livello, così come alcuni master, più o meno legati al tema delle risorse umane, ma questi interventi non sono centrati sulla figura dell’orientatore, che appare priva di un adeguato riconoscimento delle competenze di base. Per questo il documento approvato che stabilisce gli standard minimi degli operatori dell’orientamento rappresenta un interessante cambio di rotta, nella strada verso un sistema di competenze per l’orientamento al lavoro ed alla formazione adeguato e che si appoggi su servizi all’altezza della forte domanda sociale presente nel Paese.
Sono temi davvero importanti, che le riforme dei servizi per l’impiego  dovranno nei prossimi mesi affrontare, nella definizione di quei livelli essenziali delle prestazioni dei servizi per il lavoro che costituiscono l’asse centrale delle infrastrutture di cui deve dotarsi il sistema delle politiche del lavoro italiano.
Nell’attesa di questo intervento di riforma e di definizione dei livelli essenziali delle prestazioni dei servizi per il lavoro, atteso da ben quindici anni ( il primo e finora ultimo risale al 1999), il Governo, insieme con le regioni, ma anche con la partecipazione attiva delle Province e dei Comuni, ha quindi elaborato nei mesi scorsi un documento che definisce gli standard nazionali delle competenze e delle funzioni degli operatori per l’orientamento.
Il documento ha senza dubbio alcuni pregi, che vanno sottolineati:

Definisce l’orientamento come un intervento orizzontale e necessariamente di sistema, che affianchi ogni periodo di transizione, parlando opportunamente di “ orientamento permanente ed in tutto l’arco della vita”;
Distingue la funzione dell’orientamento nella scuola, nell’Università, nella formazione professionale, nei servizi per il lavoro e nei servizi per l’inclusione sociale;

Stabilisce le diverse funzioni dell’orientamento ( educativa, informativa, di accompagnamento, di consulenza orientativa);

Chiarisce il sistema delle competenze degli operatori nelle diverse funzioni richiamate ed indicate.


Il documento considera necessariamente sia la singola funzione che l’obiettivo del “fare sistema“ dei diversi ambiti di intervento dell’orientamento ed introduce , come richiesto dalla Legge 92 del 2012 e dalle riforme in atto, anche criteri chiari di monitoraggio e di valutazione. Questi standard, approvati dalla Conferenza Unificati, costituiscono un utile allegato all’Accordo sull’orientamento permanente e possono diventare un riferimento opportuno per chi è impegnato nel definire le nuove politiche del lavoro e della formazione e a disegnare il relativo sistema di servizi, che si deve necessariamente appoggiare su competenze adeguate e su operatori professionali.

Il tema dell’orientamento è stato in questi anni negletto in modo davvero inverosimile. Gli investimentidelle regioni italiane per i sistemi di orientamento alla formazione ed al lavoro sono tra i più bassi d’Europa ed è evidente come l’assenza di un sistema di orientamento alla formazione ed al lavoro all’altezza della domanda dei giovani e dei disoccupati non aiuti il mercato del lavoro e le scelte delle persone. Inoltre, a differenza di quanto accade in paesi come la Francia e la Germania, mancando servizi obbligatori e ben strutturati, non esistono competenze definite per gli operatori, corsi di laurea preparatori ed in grado di promuovere una competenza fondamentale per l’attivazione al lavoro e per affiancare le persone nelle fasi di transizione come quella dell’orientamento. Esistono corsi di counselling ed anche di bilanci di competenze ed orientamento di secondo livello, così come alcuni master, più o meno legati al tema delle risorse umane, ma questi interventi non sono centrati sulla figura dell’orientatore, che appare priva di un adeguato riconoscimento delle competenze di base. Per questo il documento approvato che stabilisce gli standard minimi degli operatori dell’orientamento rappresenta un interessante cambio di rotta, nella strada verso un sistema di competenze per l’orientamento al lavoro ed alla formazione adeguato e che si appoggi su servizi all’altezza della forte domanda sociale presente nel Paese.
Sono temi davvero importanti, che le riforme dei servizi per l’impiego  dovranno nei prossimi mesi affrontare, nella definizione di quei livelli essenziali delle prestazioni dei servizi per il lavoro che costituiscono l’asse centrale delle infrastrutture di cui deve dotarsi il sistema delle politiche del lavoro italiano.
Nell’attesa di questo intervento di riforma e di definizione dei livelli essenziali delle prestazioni dei servizi per il lavoro, atteso da ben quindici anni ( il primo e finora ultimo risale al 1999), il Governo, insieme con le regioni, ma anche con la partecipazione attiva delle Province e dei Comuni, ha quindi elaborato nei mesi scorsi un documento che definisce gli standard nazionali delle competenze e delle funzioni degli operatori per l’orientamento.
Il documento ha senza dubbio alcuni pregi, che vanno sottolineati:

Definisce l’orientamento come un intervento orizzontale e necessariamente di sistema, che affianchi ogni periodo di transizione, parlando opportunamente di “ orientamento permanente ed in tutto l’arco della vita”;
Distingue la funzione dell’orientamento nella scuola, nell’Università, nella formazione professionale, nei servizi per il lavoro e nei servizi per l’inclusione sociale;

Stabilisce le diverse funzioni dell’orientamento ( educativa, informativa, di accompagnamento, di consulenza orientativa);

Chiarisce il sistema delle competenze degli operatori nelle diverse funzioni richiamate ed indicate.


Il documento considera necessariamente sia la singola funzione che l’obiettivo del “fare sistema“ dei diversi ambiti di intervento dell’orientamento ed introduce , come richiesto dalla Legge 92 del 2012 e dalle riforme in atto, anche criteri chiari di monitoraggio e di valutazione. Questi standard, approvati dalla Conferenza Unificati, costituiscono un utile allegato all’Accordo sull’orientamento permanente e possono diventare un riferimento opportuno per chi è impegnato nel definire le nuove politiche del lavoro e della formazione e a disegnare il relativo sistema di servizi, che si deve necessariamente appoggiare su competenze adeguate e su operatori professionali.

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La Regione in cifre 2015

10/11/2015

Alla sua 45.esima edizione, Regione in cifre rappresenta un utile strumento di lavoro per gli operatori del settore pubblico e privato, che hanno così a disposizione una selezione delle più importanti quantità statistiche del Friuli Venezia Giulia. Il volume è suddiviso in 7 tradizionali...

Alla sua 45.esima edizione, Regione in cifre rappresenta un utile strumento di lavoro per gli operatori del settore pubblico e privato, che hanno così a disposizione una selezione delle più importanti quantità statistiche del Friuli Venezia Giulia.

Il volume è suddiviso in 7 tradizionali sezioni tematiche: territorio, infrastrutture, economia e lavoro, pubblica amministrazione, società popolazione, confronti internazionali. All'utente viene fornito un ampio corredo di strumenti a supporto dell'interpretazione dei dati quali le note metodologiche, che dettagliano le informazioni fornite, una serie di link per approfondire gli argomenti su altre fonti di dati e un glossario completo dei termini utilizzati. Tavole e grafici sono scaricabili assieme al volume e ad una sintesi dei dati più significativi.

Alla sua 45.esima edizione, Regione in cifre rappresenta un utile strumento di lavoro per gli operatori del settore pubblico e privato, che hanno così a disposizione una selezione delle più importanti quantità statistiche del Friuli Venezia Giulia.

Il volume è suddiviso in 7 tradizionali sezioni tematiche: territorio, infrastrutture, economia e lavoro, pubblica amministrazione, società popolazione, confronti internazionali. All'utente viene fornito un ampio corredo di strumenti a supporto dell'interpretazione dei dati quali le note metodologiche, che dettagliano le informazioni fornite, una serie di link per approfondire gli argomenti su altre fonti di dati e un glossario completo dei termini utilizzati. Tavole e grafici sono scaricabili assieme al volume e ad una sintesi dei dati più significativi.

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Come cambia la vita delle donne

05/10/2015

Il volume presenta un quadro aggiornato della condizione delle donne in Italia ed analizza come sia mutato nell'ultimo decennio (2004-2014) il ruolo delle donne e il loro contesto di vita nella famiglia, nel mondo del lavoro e nella società. L'ebook esce a distanza di dieci anni...

Il volume presenta un quadro aggiornato della condizione delle donne in Italia ed analizza come sia mutato nell'ultimo decennio (2004-2014) il ruolo delle donne e il loro contesto di vita nella famiglia, nel mondo del lavoro e nella società.
L'ebook esce a distanza di dieci anni dalla prima pubblicazione incentrata su tali temi. La disponibilità di un nuovo e più aggiornato patrimonio informativo rispetto al passato ha consentito di rappresentare in modo più articolato l'immagine femminile, grazie all'inclusione di temi quali la povertà assoluta, la contraccezione, la violenza contro le donne, gli stereotipi di genere.

Le analisi presentate ripercorrono le diverse fasi della vita ed evidenziano la pluralità dei ruoli femminili facendo emergere i risultati conseguiti nell'istruzione, la fruizione culturale, il rapporto con le nuove tecnologie, il ruolo nel mercato del lavoro, la divisione dei ruoli, le strategie di conciliazione del lavoro e dei tempi di vita, le condizioni economiche, la salute.

Il volume presenta un quadro aggiornato della condizione delle donne in Italia ed analizza come sia mutato nell'ultimo decennio (2004-2014) il ruolo delle donne e il loro contesto di vita nella famiglia, nel mondo del lavoro e nella società.
L'ebook esce a distanza di dieci anni dalla prima pubblicazione incentrata su tali temi. La disponibilità di un nuovo e più aggiornato patrimonio informativo rispetto al passato ha consentito di rappresentare in modo più articolato l'immagine femminile, grazie all'inclusione di temi quali la povertà assoluta, la contraccezione, la violenza contro le donne, gli stereotipi di genere.

Le analisi presentate ripercorrono le diverse fasi della vita ed evidenziano la pluralità dei ruoli femminili facendo emergere i risultati conseguiti nell'istruzione, la fruizione culturale, il rapporto con le nuove tecnologie, il ruolo nel mercato del lavoro, la divisione dei ruoli, le strategie di conciliazione del lavoro e dei tempi di vita, le condizioni economiche, la salute.

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Competenze Minime.... come è andata?

09/07/2015

COMPETENZE MINIME NEI PROCESSI DI ASISTENZA ALLA PERSONA: L’iniziativa a favore della diffusione di corsi di “competenze minime nei processi di assistenza alla persona” rivolto alle persone che lavoravano nel settore senza alcuna formazione, aveva già costituito il banco di prova per...

COMPETENZE MINIME NEI PROCESSI DI ASISTENZA ALLA PERSONA: L’iniziativa a favore della diffusione di corsi di “competenze minime nei processi di assistenza alla persona” rivolto alle persone che lavoravano nel settore senza alcuna formazione, aveva già costituito il banco di prova per “prendere le misure”, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, alla domanda sociale di riferimento e prendere consapevolezza di quanto il fabbisogno fosse ampio e diversificato. REPORT DI VALUTAZIONE

COMPETENZE MINIME NEI PROCESSI DI ASISTENZA ALLA PERSONA: L’iniziativa a favore della diffusione di corsi di “competenze minime nei processi di assistenza alla persona” rivolto alle persone che lavoravano nel settore senza alcuna formazione, aveva già costituito il banco di prova per “prendere le misure”, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, alla domanda sociale di riferimento e prendere consapevolezza di quanto il fabbisogno fosse ampio e diversificato. REPORT DI VALUTAZIONE

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La Carnia in cifre: tra crisi e strategie di svuluppo

22/01/2015

Coop Cramars organizza per il prossimo 28 gennaio a Tolmezzo, alle 17.30 a Palazzo Frisacco, un seminario di studio e approfondimento sugli effetti della crisi produttiva ed occupazionale in Carnia allo scopo di cogliere gli impatti negativi e positivi che si sono manifestati sul territorio e...

Coop Cramars organizza per il prossimo 28 gennaio a Tolmezzo, alle 17.30 a Palazzo Frisacco, un seminario di studio e approfondimento sugli effetti della crisi produttiva ed occupazionale in Carnia allo scopo di cogliere gli impatti negativi e positivi che si sono manifestati sul territorio e all’interno dei settori produttivi.

Il seminario si propone un approccio non tradizionale ai temi della crisi e della montagna mettendo a confronto i casi aziendali che subiscono e che battono la crisi  anche con l'obiettivo di cogliere i fattori di successo che possono rappresentare delle buone pratiche anche per altri imprenditori e per lo stesso contesto imprenditoriale montano. Utile per chi deve pianificare strategie di sviluppo a partire da dati locali certi.

Si tratta di un seminario di studio ed approfondimento dal carattere conoscitivo che non propone soluzioni “miracolose” per la marginalità del territorio montano ma che vuole riflettere soprattutto sulle strategie imprenditoriali di convivenza e di superamento della crisi. Il seminario è stato possibile grazie alla collaborazione:
- del Servizio Osservatorio Mercato del Lavoro della Regione Friuli Venezia Giulia; 
- della CCIAA di Udine;
- del sindacato Cisl Alto Friuli;
- dell’Associazione degli Artigiani della provincia di Udine;
- della Delegazione di Tolmezzo dell’Associazione degli Industriali di Udine
-  del dott. Domenico Tranquilli.

Coop Cramars organizza per il prossimo 28 gennaio a Tolmezzo, alle 17.30 a Palazzo Frisacco, un seminario di studio e approfondimento sugli effetti della crisi produttiva ed occupazionale in Carnia allo scopo di cogliere gli impatti negativi e positivi che si sono manifestati sul territorio e all’interno dei settori produttivi.

Il seminario si propone un approccio non tradizionale ai temi della crisi e della montagna mettendo a confronto i casi aziendali che subiscono e che battono la crisi  anche con l'obiettivo di cogliere i fattori di successo che possono rappresentare delle buone pratiche anche per altri imprenditori e per lo stesso contesto imprenditoriale montano. Utile per chi deve pianificare strategie di sviluppo a partire da dati locali certi.

Si tratta di un seminario di studio ed approfondimento dal carattere conoscitivo che non propone soluzioni “miracolose” per la marginalità del territorio montano ma che vuole riflettere soprattutto sulle strategie imprenditoriali di convivenza e di superamento della crisi. Il seminario è stato possibile grazie alla collaborazione:
- del Servizio Osservatorio Mercato del Lavoro della Regione Friuli Venezia Giulia; 
- della CCIAA di Udine;
- del sindacato Cisl Alto Friuli;
- dell’Associazione degli Artigiani della provincia di Udine;
- della Delegazione di Tolmezzo dell’Associazione degli Industriali di Udine
-  del dott. Domenico Tranquilli.

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PIPOL - Garanzia Giovani

19/09/2014

LA STRADA VERSO IL LAVORO Pesentazione di Imprenderò, Pipol (Garanzia Giovani), Legge 53/200. Venerdì 19/09/2014 alle ore 20.00 presso la Sala Conferenze del Centro Culturale di Lauco la Cooperativa Cramars organizza un seminario informativo dedicato alle opportunità offerte dai...

LA STRADA VERSO IL LAVORO

Pesentazione di Imprenderò, Pipol (Garanzia Giovani), Legge 53/200.

Venerdì 19/09/2014 alle ore 20.00 presso la Sala Conferenze del Centro Culturale di Lauco la Cooperativa Cramars organizza un seminario informativo dedicato alle opportunità offerte dai programmi:

IMPRENDERO' 4.0

PIPOL - GARANZIA GIOVANI FVG

LEGGE 53/2000

Nel corso della serata verranno illustrate le opportunità rivolte alle persone disoccupate, a chi ha un'idea di impresa ma non sa come realizzarla, agli imprenditori per conoscere le possibilità offerte alle aziende.

Il tutto in un clima frendly e costruttivo.

LA STRADA VERSO IL LAVORO

Pesentazione di Imprenderò, Pipol (Garanzia Giovani), Legge 53/200.

Venerdì 19/09/2014 alle ore 20.00 presso la Sala Conferenze del Centro Culturale di Lauco la Cooperativa Cramars organizza un seminario informativo dedicato alle opportunità offerte dai programmi:

IMPRENDERO' 4.0

PIPOL - GARANZIA GIOVANI FVG

LEGGE 53/2000

Nel corso della serata verranno illustrate le opportunità rivolte alle persone disoccupate, a chi ha un'idea di impresa ma non sa come realizzarla, agli imprenditori per conoscere le possibilità offerte alle aziende.

Il tutto in un clima frendly e costruttivo.

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Vademecum sulle buone prassi

16/06/2014

Vademecum per l’applicazione della Convenzione delle Alpi, per la buona amministrazione del territorio montano e per la qualità della vita della popolazione. la Convenzione delle Alpi è, prima di tutto, un “trattato per il territorio”. L’attuazione concreta dei principi della...

Vademecum per l’applicazione della Convenzione delle Alpi, per la buona amministrazione del territorio montano e per la qualità della vita della popolazione. la Convenzione delle Alpi è, prima di tutto,

un “trattato per il territorio”. L’attuazione concreta dei principi della Convenzione delle Alpi e dei suoi protocolli passa necessariamente per gli Enti territoriali. Non è un caso che tutti i protocolli della Convenzione richiedano a ciascuno Stato di stabilire il livello più idoneo alla concertazione e cooperazione tra le istituzioni e gli Enti territoriali direttamente interessati, al fine di promuovere una responsabilità solidale e, in particolare, di valorizzare e di sviluppare le sinergie potenziali nell’attuazione delle misure adottate nel quadro della Convenzione.

Vademecum per l’applicazione della Convenzione delle Alpi, per la buona amministrazione del territorio montano e per la qualità della vita della popolazione. la Convenzione delle Alpi è, prima di tutto,

un “trattato per il territorio”. L’attuazione concreta dei principi della Convenzione delle Alpi e dei suoi protocolli passa necessariamente per gli Enti territoriali. Non è un caso che tutti i protocolli della Convenzione richiedano a ciascuno Stato di stabilire il livello più idoneo alla concertazione e cooperazione tra le istituzioni e gli Enti territoriali direttamente interessati, al fine di promuovere una responsabilità solidale e, in particolare, di valorizzare e di sviluppare le sinergie potenziali nell’attuazione delle misure adottate nel quadro della Convenzione.

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Relazione sullo stato delle Alpi

16/05/2014

Il Sistema di osservazione e informazione delle Alpi (SOIA) è una rete scientifica che ha lo scopo di ottimizzare la comunicazione sulle priorità della ricerca nelle Alpi ed è coordinato dal Segretariato permanente della Convenzione delle Alpi. La Relazione sullo stato delle Alpi, pubblicata...

Il Sistema di osservazione e informazione delle Alpi (SOIA) è una rete scientifica che ha lo scopo di ottimizzare la comunicazione sulle priorità della ricerca nelle Alpi ed è coordinato dal Segretariato permanente della Convenzione delle Alpi. La Relazione sullo stato delle Alpi, pubblicata a scadenza periodica, fornisce informazioni sullo sviluppo ecologico, economico e sociale nelle Alpi. Offre alle persone del mondo della politica, dell'amministrazione, dei media e della scienza una base di informazioni sullo stato ed il futuro dello spazio alpino. Inoltre, quest'opera offre punti di riferimento importanti per la formulazione di strategie e ulteriori sviluppi in merito. All'elaborazione di tale relazione hanno collaborato i rappresentanti degli Stati alpini, numerose reti ed Istituzioni, il Segretariato permanente della Convenzione delle Alpi ed esperti scientifici. I dati sono stati valutati, verificati e comparati con le informazioni fornite dalle parti contraenti, sono state inoltre analizzate le tendenze per identificare le sfide per il futuro.

Il Sistema di osservazione e informazione delle Alpi (SOIA) è una rete scientifica che ha lo scopo di ottimizzare la comunicazione sulle priorità della ricerca nelle Alpi ed è coordinato dal Segretariato permanente della Convenzione delle Alpi. La Relazione sullo stato delle Alpi, pubblicata a scadenza periodica, fornisce informazioni sullo sviluppo ecologico, economico e sociale nelle Alpi. Offre alle persone del mondo della politica, dell'amministrazione, dei media e della scienza una base di informazioni sullo stato ed il futuro dello spazio alpino. Inoltre, quest'opera offre punti di riferimento importanti per la formulazione di strategie e ulteriori sviluppi in merito. All'elaborazione di tale relazione hanno collaborato i rappresentanti degli Stati alpini, numerose reti ed Istituzioni, il Segretariato permanente della Convenzione delle Alpi ed esperti scientifici. I dati sono stati valutati, verificati e comparati con le informazioni fornite dalle parti contraenti, sono state inoltre analizzate le tendenze per identificare le sfide per il futuro.

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Il cambiamento climatico nel settore agricolo

16/04/2014

Il settore agricolo è direttamente influenzato da impatti daicambiamenti climatici, ma contribuisce anche al rilascio di gas serra (GHG) e l'aumento delle concentrazioni di gas serra nell'atmosfera. Una strategia di risposta climatica sostenibile nel settore agricolo comporta di...

Il settore agricolo è direttamente influenzato da impatti daicambiamenti climatici, ma contribuisce anche al rilascio di gas serra (GHG) e l'aumento delle concentrazioni di gas serra nell'atmosfera. Una strategia di risposta climatica sostenibile nel settore agricolo comporta di pianificare a lungo periodo, dal livello aziendale a livello transnazionale. 

Il settore agricolo è direttamente influenzato da impatti daicambiamenti climatici, ma contribuisce anche al rilascio di gas serra (GHG) e l'aumento delle concentrazioni di gas serra nell'atmosfera. Una strategia di risposta climatica sostenibile nel settore agricolo comporta di pianificare a lungo periodo, dal livello aziendale a livello transnazionale. 

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Cambiamento climatico e gestione dell'acqua

16/03/2014

I fiumi alpini forniscono più di 170 milioni di persone con l'acqua. Il cambiamento climatico sta andando a ridurre la disponibilità di acqua nelle Alpi e anche in altre regioni. La domanda di acqua aumenterà così come la concorrenza tra i diversi gruppi di interesse. CIPRA presenta...

I fiumi alpini forniscono più di 170 milioni di persone con l'acqua. Il cambiamento climatico sta andando a ridurre la disponibilità di acqua nelle Alpi e anche in altre regioni. La domanda di acqua aumenterà così come la concorrenza tra i diversi gruppi di interesse. CIPRA presenta rapporti che mostrano gli effetti del cambiamento climatico al servizio idrico, nonché strumenti politici e gli esempi di buone pratiche. Perché solo un uso efficiente dell'acqua è sostenibile!

I fiumi alpini forniscono più di 170 milioni di persone con l'acqua. Il cambiamento climatico sta andando a ridurre la disponibilità di acqua nelle Alpi e anche in altre regioni. La domanda di acqua aumenterà così come la concorrenza tra i diversi gruppi di interesse. CIPRA presenta rapporti che mostrano gli effetti del cambiamento climatico al servizio idrico, nonché strumenti politici e gli esempi di buone pratiche. Perché solo un uso efficiente dell'acqua è sostenibile!

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Cambiamento climatico nella gestione forestale nel

16/02/2014

La modifica delle condizioni climatiche hanno un'influenza notevole sulle foreste. La gestione forestale deve adattarsi con una prospettiva molto a lungo termine, tenendo conto dei cambiamenti climatici. Le foreste non solo sono influenzate dai cambiamenti climatico esse infatti svolgono...

La modifica delle condizioni climatiche hanno un'influenza notevole sulle foreste. La gestione forestale deve adattarsi con una prospettiva molto a lungo termine, tenendo conto dei cambiamenti climatici. Le foreste non solo sono influenzate dai cambiamenti climatico esse infatti svolgono anche un ruolo chiave nelle misure di adattamento e la protezione del clima, nella sua relazione (disponibile solo in tedesco) CIPRA presenta gli effetti del cambiamento climatico alla silvicoltura, formula le sue richieste e mostra esempi di buone pratiche per un clima amichevole gestione forestale nelle Alpi.

La modifica delle condizioni climatiche hanno un'influenza notevole sulle foreste. La gestione forestale deve adattarsi con una prospettiva molto a lungo termine, tenendo conto dei cambiamenti climatici. Le foreste non solo sono influenzate dai cambiamenti climatico esse infatti svolgono anche un ruolo chiave nelle misure di adattamento e la protezione del clima, nella sua relazione (disponibile solo in tedesco) CIPRA presenta gli effetti del cambiamento climatico alla silvicoltura, formula le sue richieste e mostra esempi di buone pratiche per un clima amichevole gestione forestale nelle Alpi.

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Come fare impresa

28/03/2013

Come fare impresa nel peggior mercato del lavoro del mondo 1. LA CAPACITA’ COMPETITIVA DEL LAVORO La crescita di cui ha bisogno l’economia italiana dipende dalla nostra capacità di competere. La capacità competitiva dei sistemi economici occidentali è sempre...

 


Come fare impresa nel peggior mercato del lavoro del mondo


1. LA CAPACITA’ COMPETITIVA DEL LAVORO
La crescita di cui ha bisogno l’economia italiana dipende dalla nostra capacità di competere.  La capacità competitiva dei sistemi economici occidentali è sempre più legata agli aspetti che riguardano l’economia reale, il lavoro, le competenze, la produttività. Si tratta dei fattori di fondo perché la crescita economica comporti anche quello sviluppo in grado di determinare una maggiore coesione sociale e di rendere più forte il Paese.
Se osserviamo i paesi europei che hanno resistito meglio alla crisi determinata dalle turbolenze dei mercati finanziari e dai problemi derivanti dal disequilibrio tra economia reale e finanziaria appare davvero evidente come queste siano le nazioni in cui il mercato del lavoro funziona meglio. E l’Italia, come diceva il professor Marco Biagi, fa i conti con quello che è forse il peggior mercato del lavoro del mondo, in termini di efficacia, risorse, risultati.  Fare i conti con un mercato del lavoro che non funziona è uno dei principali problemi che limitano la crescita ed ostacolano lo sviluppo italiano.
L’interdipendenza tra l’andamento dell’economia reale ed il funzionamento del mercato del lavoro è infatti un aspetto di fondo dello sviluppo nei paesi più avanzati. La conseguenza di questo fenomeno, che nella attuale fase si è accentuato, è che la maggiore stabilità finanziaria dipende strettamente dal buon andamento dell’economia reale, che a sua volta dipende in buona parte dalla buona regolazione del mercato del lavoro, che si esprime in termini di produttività, competenze, qualità, mobilità.
La capacità competitiva di un sistema economico e sociale si lega al lavoro delle persone e diventa in questo modo più collegata alla capacità d’agire degli individui: si tratta di una delle potenzialità dell’attuale modello di sviluppo, dopo la fine dell’industrialismo, che non tutti i paesi riescono tuttavia a tradurre in risultati attraverso politiche adeguate, anche perché anziché adeguare il welfare al cambiamento dell’economia preferiscono procedere per logiche di aggiustamento, se non addirittura perpetuando il vecchio modello con qualche aggiunta che tenga conto dei nuovi bisogni emergenti.
La difficoltà dell’Italia di cogliere le opportunità della fine del vecchio modello economico sono in buona parte legate alle difficoltà nel promuovere le capacità individuali e la competitività dei sistemi economici territoriali attraverso investimenti, politiche e strumenti adeguati. La crisi dell’economia italiana ha pesanti conseguenze sociali e culturali anche per via dell’inadeguatezza del sistema di welfare e delle politiche per lo sviluppo complessivo del sistema.
Il vero discrimine, la differenza di fondo tra le nazioni ( ed all’interno delle nazioni tra le diverse componenti sociali) che stanno superando l’attuale crisi e quelle che si trovano in difficoltà riguarda in primo luogo la competitività rispetto ai fattori della capacità d’agire, come le risorse umane, l’innovazione, la creatività, la formazione, la produttività, l’inclusione, la mobilità e la qualità del lavoro. Sono fattori che, se integrati, costituiscono le fondamenta del benessere.
La competizione con paesi emergenti che hanno un costo del lavoro mediamente tra le otto e le dieci volte inferiore a quello dei paesi europei deve in ogni caso portare con forza al centro della elaborazione e della proposta politica il tema del rapporto tra qualità dello sviluppo e del welfare. Su questo asse si sono confrontati, prima e dopo la crisi, i paesi europei, con politiche e risultati diversi. I dati sono chiari e delineano indicazioni che l’Unione Europea riporta in modo netto a tutti i paesi, soprattutto a quelli più in difficoltà, come l’Italia: crescono di più e meglio i paesi che hanno speso più e meglio per innovazione, ricerca, istruzione, formazione, regolazione del mercato del lavoro, pari opportunità, sostegno alla creazione di impresa.
Dare forza alla capacità d’agire ed alla autonomia professionale delle persone è da tempo il principale antidoto alla crisi e lo strumento per migliorare la competitività dei sistemi economici locali.  Ed è proprio su questo che il sistema Italia in questo decennio ha sostanzialmente fallito. Lo dicono i dati, le analisi, i confronti. Lo dice la realtà di questi mesi, in cui la crisi ha mostrato con evidenza le conseguenze di politiche inefficaci e di investimenti mancati.
Le politiche inadeguate sono figlie della crisi della credibilità della politica e della capacità del ceto dirigente di rappresentare e quindi di governare i cambiamenti.
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1.1 L’assenza di diritti legati alla condizione individuale
I principali sistemi europei di welfare per il lavoro, quantomeno dalle riforme avviate nel resto d’Europa  ormai quasi quindici anni fa, convergono nella promozione di un sistema in grado di :
a) seguire il percorso lavorativo da lavoro a lavoro e nelle transizioni;
b) legare le indennità di disoccupazione alla partecipazione obbligatoria ad iniziative di inserimento al lavoro, ricerca o politica attiva, formazione per l’occupabilità.
Questi due principi di base, che hanno ispirato tutte le riforme del mercato del lavoro nei paesi europei con i migliori risultati occupazionali, in Italia sono formulati in modo parziale ( legge 2 del 2009 e decreto legislativo 181 del 2000) e non sono garantiti. Anche gli interventi recenti del Governo Monti non fanno un salto di qualità decisivo nello stabilire il collegamento tra il diritto ad una indennità per il disoccupato ed il dovere a partecipare ad interventi di ricerca attiva del lavoro. In questo caso ci si limita ad un generico obbligo per il cassaintegrato a partecipare alle iniziative formative, obbligato peraltro dalla necessità di usare i fondi europei in funzione anticrisi.
Questa mancata riforma consente l’iscrizione alle liste di disoccupazione di migliaia di lavoratori che in realtà non sono alla reale ricerca di un lavoro e comunque non si attivano per questo obiettivo. Il semplice obbligo della dichiarazione di disponibilità ( DID) al lavoro non  comporta infatti che il disoccupato venga realmente chiamato per partecipare ad un intervento o per avere una proposta. Il dato che emerge è clamoroso : quando i disoccupati iscritti ai centri per l’impiego vengono chiamati a partecipare ad una iniziativa non si rendono disponibili almeno nel venti per cento dei casi. Solo poche regioni tuttavia rispettano l’obbligo di legge che prevede la cancellazione dalla lista del disoccupato che non accetti la proposta di lavoro o del progetto di formazione o di politica attiva. In questo caso la pena prevista non disincentiva: la cancellazione dura in genere sei mesi ed il disoccupato negligente poi si riscrive. In ogni caso le nostre politiche, i servizi e gli interventi sono destinati ad almeno un venti per cento di disoccupati del tutto indifferenti alla ricollocazione e quindi allo stesso servizio erogato.
L’Italia da anni deve inoltre completare un intervento di riforma degli ammortizzatori sociali, che da noi non sono legati al diritto di cittadinanza ( come aspetto di un welfare universale per tutti gli individui), ma restano ancora legati essenzialmente alla categoria od azienda di provenienza, privi del collegamento alla condizione individuale e retaggio dello storico assetto corporativo delle tutele, che venne confermato e rafforzato nei decenni scorsi dal patto che legò le organizzazioni di impresa e sindacali nel governo del lavoro durante la fase dell’economia fordista. I nostri ammortizzatori sociali sono interventi inoltre a cui non corrisponde il reale obbligo di partecipazione ad interventi di politica attiva e reimpiego. Il mantenimento dell’assetto categoriale delle tutele di base in caso di perdita di lavoro o di crisi ha determinato con il tempo la sostanziale incapacità del nostro welfare di uscire dalla logica assistenziale e di diventare uno strumento promozionale.
Questa situazione determina:
la drastica caduta di tutele nel passaggio tra le diverse condizioni lavorative;
la discrezionalità degli interventi;
la presenza nell’elenco dei destinatari delle indennità salariali e persino dei disoccupati di persone non interessate al reimpiego ;
il lavoro nero ed irregolare di molti disoccupati;
la marginalità dell’indennità di disoccupazione, che riguarda i lavoratori esclusi dagli ammortizzatori ;
la confusione sugli strumenti ed enti che hanno la responsabilità della promozione del reimpiego ( dalla bilateralità ai servizi per il lavoro).
In ogni caso questo modello determina costi di varia natura e costituisce un serio ostacolo rispetto alla praticabilità in Italia di uno degli obiettivi di fondo che l’Unione Europa ha stabilito per dare efficienza la mercato del lavoro: la promozione della mobilità sociale e del life design, da intendere come accesso a strumenti e garanzie che permettano ad ogni individuo di costruirsi un percorso di lavoro e carriera senza lunghe interruzioni per disoccupazione o diminuzione delle tutele. Insomma, siamo in difficoltà nel permettere agli italiani la libertà di scelta, nella vita come nel lavoro.
Il modello di governo del mercato del lavoro italiano è quindi poco funzionale. Si tratta infatti di un sistema che ha alcuni aspetti di squilibrio, che lo rendono poco efficace e per alcuni aspetti decisamente ingiusto:
a)   non risponde e garantisce standard di servizio e livelli minimi delle prestazioni su tutto il territorio nazionale;
b)   non risponde alla articolazione ed alla diversità dei sistemi territoriali del lavoro ( le vocazioni produttive del Made in Italy);
c)    non prevede il diritto al servizio, come accesso per chi cerca lavoro ad un livello minimo di prestazioni;
d)   non prevede il diritto al reddito in via universale e non lo lega a comportamenti attivi del cittadino;
e)   non garantisce la piena ed efficace erogazione delle politiche attive per chi ha perso o vuole cambiare lavoro attraverso i servizi per il lavoro.


2.  LE DIFFERENZE CON L’EUROPA
Il declino dell’economia italiana non inizia con la crisi del 2008, ma riguarda quantomeno l’ultimo decennio, in cui la crescita italiana è stata la penultima al Mondo, se non l’ultimo ventennio, in cui la crescita italiana è stata la metà di quella degli altri paesi occidentali.
In questo lasso di tempo appare evidente come l’Italia non abbia investito in modo adeguato, per quantità e qualità della spesa, rispetto agli altri paesi europei. La situazione economica ed occupazionale italiana di oggi si spiega sostanzialmente proprio attraverso questa considerazione: l’indebolimento del made in Italy sui mercati deriva soprattutto dalla minore competitività in termini di produttività, marketing, qualità, innovazione, fattori in cui l’aspetto delle competenze e del funzionamento del mercato del lavoro è decisivo.
I dati della Commissione Europea sono chiari: l’Italia è in fondo alla classifica dei 27 paesi europei per quanto riguarda l’efficacia del sistema di istruzione e formazione e del mercato del lavoro ed è in ritardo per quanto riguarda l’innovazione ed il sostegno alle attività produttive. In questo senso appare importante valutare le scelte di fondo fatte in Italia nell’ultimo decennio, in quanto queste scelte sono quelle che hanno in parte determinato la grave  situazione attuale, registrata in modo oggettivo dagli osservatori economici europei.
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2.1 La diversa composizione della spesa per le politiche del lavoro tra l’Italia e l’Europa
La spesa per politiche del lavoro in Italia impegna risorse inferiori di un terzo rispetto al resto d’Europa. La spesa italiana per politiche del lavoro è stata nell’ultimo decennio intorno all’1,5 per cento del PIL, più o meno pari alla spesa militare.
Al ritardo in termini quantitativi corrisponde una sostanziale differenza nella qualità della spesa. Nei paesi europei con un mercato del lavoro efficiente, in media, la spesa si distribuisce per il 44 per cento sulle politiche passive ( i soldi dati al disoccupato) per il 40 per cento sulle politiche attive ( gli interventi ed incentivi per trovare lavoro)  e per il 16 per cento circa si finanziano i servizi chiamati ad assistere il disoccupato nella ricerca di impiego. Il sistema italiano, in media, prevede invece che la spesa per politiche del lavoro vada per più del 55 per cento nelle indennità salariali, per il 40 per cento nelle politiche attive e per meno del 5 per cento in servizi per il lavoro. Abbiamo soldi per il disoccupato ed interventi possibili per il reimpiego, ma nessuno che assista e segua chi cerca lavoro e chi cerca lavoratori. La corretta combinazione tra politiche attive e servizi per il lavoro è invece lo snodo per rendere efficace il mercato del lavoro: noi manchiamo proprio su questo snodo .
Far funzionare il sistema dei servizi per il lavoro e quelle che vengono chiamate politiche attive, collegando l’orientamento, gli incentivi e l’intermediazione : questi sono in Europa gli interventi che consentono di trovare un impiego.
Più del quaranta per cento di chi in Italia cerca lavoro lo fa rivolgendosi anche ai servizi per il lavoro: le strutture specializzate pubbliche e private che si occupano di orientamento ed incontro tra domanda ed offerta. Meno del dieci per cento degli italiani trova però lavoro in questo modo. Per più dell’ottanta per cento dei casi questo impiego si traduce poi in un lavoro a termine.
Nel resto d’Europa funziona invece in modo diverso: sono di più i lavoratori e le imprese che si rivolgono ai servizi specializzati, ma soprattutto quasi la metà delle opportunità di impiego si trovano tramite questi servizi. Non è solo una questione di diverse abitudini: la prevalenza delle relazioni e della raccomandazione in Italia è condizionata, se non determinata,  anche dalla presenza e dalla qualità dei nostri servizi per il lavoro.
In Europa abbiamo un orientatore ogni quaranta disoccupati, in Italia uno ogni quattrocento. I servizi all’estero piazzano sul mercato del lavoro un numero di disoccupati tre volte maggiore rispetto ai servizi italiani, anche perché negli ultimi anni hanno avuto a disposizione personale e risorse  circa tre volte superiore a quanto invece ammontava per lo stesso periodo l’investimento pubblico italiano in servizi per il lavoro. L’investimento tedesco o francese per servizi per l’impiego è pari al dodici-quindici per cento della spesa sulle politiche del lavoro, mentre in Italia è intorno a quattro-cinque per cento, in un quadro che prevede peraltro una spesa complessiva per politiche del lavoro rispetto al PIL che è in Italia circa la metà di quella in uso nei paesi che, non a caso, hanno una maggiore occupazione .
La debolezza dei nostri servizi alimenta e motiva il ricorso alla raccomandazione e determina un’altra conseguenza: la scarsa efficacia delle politiche attive, della formazione, degli interventi per accompagnare le persone ad un nuovo lavoro. Le politiche attive funzionano in modo inadeguato e si risolvono soprattutto in generici corsi di formazione e non in percorsi mirati per l’inserimento al lavoro. Questo accade soprattutto per due motivi: in Italia il principio che lega l’erogazione di una indennità od ammortizzatore alla partecipazione ad una misura di politica attiva non viene rispettato ed il sistema dei servizi per il lavoro non è organizzato ( in termini di risorse e personale) per poter realizzare per ogni disoccupato l’accompagnamento al lavoro, che in Europa invece è un vero e proprio diritto di cittadinanza. La conseguenza è che i miliardi di euro a disposizione per le politiche attive si traducono in interventi formativi spesso inutili o non vengono spesi, fenomeno su cui la Commissione Europea ha in questi anni espresso preoccupazione, critiche e valutazioni poco lusinghieri nei nostri confronti .  Con una capacità di spesa inferiore al quindici per cento delle risorse a disposizione questo fenomeno si sta perpetuando anche in questi mesi e mostra l’incapacità strutturale delle istituzioni italiane preposte nel progettare ed attivare interventi per lo sviluppo ed il lavoro.
Non è comunque semplice fare interventi mirati per più di due milioni di disoccupati avvalendosi di poche centinaia di orientatori e non è facile conoscere il fabbisogno delle nostre imprese senza nessuno che lo rilevi in modo sistematico. Per rendere più efficiente il nostro mercato del lavoro è quindi evidente la necessità di rafforzare il sistema dei servizi e di renderlo centrale nel nuovo governo del mercato del lavoro.
Se confrontiamo il dato italiano medio relativo alle risorse umane e finanziarie a disposizione dei servizi per l’impiego, tre volte meno della media dell’Unione Europea, appare evidente come se per far funzionare il mercato del lavoro dobbiamo puntare sulle politiche attive, per far funzionare le politiche attive è necessario rafforzare in modo serio i servizi per l’impiego, attraverso l’attribuzione di chiare responsabilità, ma anche di risorse certe. Per questo motivo la riforma sul mercato del lavoro presentata dal Governo Monti prevede alcune norme di delega, ma questo intervento è privo di risorse e non sembra chiaro rispetto a responsabilità, governance, controlli, funzioni quale sia la strategia per la riforma delle politiche e dei servizi per il lavoro italiani, persi oggi in una tempesta perfetta tra le incerte autonomie locali, le agenzie del lavoro private fuori mercato e le aspirazioni dell’INPS nel fare un mestiere che non è il suo, occupandosi non solo delle pensioni di chi ha lavorato, ma addirittura del lavoro di chi è disoccupato.
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2.2 Gli effetti della regionalizzazione delle politiche del lavoro
Le competenze e le risorse per la “ capacita d’agire” in Italia sono state attribuite alle Regioni, che nell’ultimo decennio hanno avuto per questo motivo a disposizione la quasi totalità delle risorse destinate dall’Unione Europea allo sviluppo ed al lavoro. In particolare tutto quanto riguarda le politiche attive, i servizi per il lavoro, la formazione, le pari opportunità e gran parte delle risorse per la creazione di impresa e lo sviluppo è destinato alle Regioni, che impegnano queste risorse in piena autonomia, in assenza di livelli e standard nazionali di riferimento.
Le modalità di controllo nazionali ed europee riguardano più gli aspetti di rendicontazione formale che di verifica e rendiconto in termini di efficacia degli interventi e di “ accountability”. Il quadro di intervento prevede quindi la definizione di sistemi regionali del lavoro, con forte autonomia di decisione e spesa, ai quali nell’ultimo decennio sono stati destinati miliardi di euro. La mancata responsabilità del territorio e la debolezza dello Stato : sono questi altri due aspetti del malfunzionamento del nostro mercato del lavoro, resi evidenti dal contenuto delle leggi e soprattutto dai risultati dei nostri sistemi regionali del lavoro. Si perpetua inoltre in Italia una distinzione a monte tra le risorse destinate agli ammortizzatori sociali ed agli incentivi, nazionali e provenienti dal bilancio dello Stato e le risorse e strumenti destinati alle politiche attive ed alla formazione, regionali e provenienti dall’Unione Europea. Questa separazione costituisce un ostacolo storico al collegamento tra misure di sostegno al reddito ed interventi per l’occupabilità e l’inserimento al lavoro dei destinatari del sostegno al reddito. Il superamento di questa dicotomia attraverso la connessione sul territorio tra politiche, indennità e servizi è invece alla base del successo dei sistemi europei di welfare per il lavoro. Anche questo è uno snodo fondamentale per far funzionare il mercato del lavoro su cui le proposte politica arrancano.
Il decentramento regionale degli interventi e delle responsabilità sul mercato del lavoro risponde all’esigenza di rafforzare il governo e la responsabilità dei territori. Obiettivi condivisibili, ma che in questi anni si sono promossi in assenza di una reale politica nazionale di coordinamento, promozione e verifica dei risultati. Il Ministero del Lavoro italiano è un ente che si è dimostrato in questo debole ed incapace. E’ interessante valutarne le conseguenze.
I risultati della regionalizzazione dei sistemi del lavoro italiani sono misurati dagli osservatori europei, in particolare dal rapporto annuale sulla capacità competitiva che mette a confronto le 267 regioni dell’Europa. Ne escono dati davvero significativi, che mostrano con chiarezza le cause di fondo di un sistema che non funziona.
Per quanto riguarda gli aspetti del capitale umano, della capacità d’agire e del mercato del lavoro dalle verifiche della Commissione Europea emerge come :
a) solo il Piemonte, l’Emilia Romagna, la Toscana ed il Veneto tra le regioni italiane hanno sistemi di regolazione del mercato del lavoro migliori rispetto al loro dato medio della capacità competitiva e quindi solo in quattro regioni italiane su venti il buon funzionamento del lavoro aiuta l’economia ed attenua l’impatto della crisi ;
b) i sistemi territoriali in cui il governo del mercato del lavoro è più efficace sono quelli delle province autonome di Trento e Bolzano, in cui avviene l’opposto di quanto accade al resto d’Italia, in quanto il funzionamento del mercato del lavoro migliora di molto i risultati economici del territorio ( che sono in realtà poco più che mediocri);  
c) in tutte le altre regioni italiane il dato relativo al funzionamento del mercato del lavoro è peggiore rispetto al dato relativo competitività della propria economia regionale;
d) la disomogeneità tra i sistemi regionali italiani è la più ampia d’Europa, con differenze non riscontrabili in altri paesi;
e) le regioni meridionali si collocano agli ultimi posti in Europa per l’efficienza del mercato del lavoro, la qualità dei servizi, l’occupazione femminile, la mobilità, la formazione, nonché per capacità di spendere con progetti adeguati le risorse destinate alla crescita ed all’occupazione.
Il punto di fondo è quindi davvero chiaro ed le analisi della Commissione Europea conferma quanto emerge anche da altre ricerche : l’Italia con l’economia che funziona, più o meno, è l’Italia del Nord Est; l’Italia del Nord Est ha una economia che funziona meglio perché funziona meglio il mercato del lavoro ( con le sue componenti della formazione, dei servizi, delle politiche, dell’innovazione). L’Italia dell’economia non funziona perché non funziona l’Italia del lavoro.
Questi dati mostrano pertanto come sia importante aumentare gli investimenti e fare sistema e collegare le funzioni di pianificazione territoriale e programmazione regionale, da un lato, a verificati standard nazionali e dall’altro alla capacità dei servizi per il lavoro di coordinare l’erogazione effettiva e reale sul territorio di politiche e strumenti per l’occupabilità ed il reimpiego.  Proprio quello che manca: l’Italia è stato negli ultimi due anni l’unico paese europeo che durante la crisi ha diminuito e non aumentato i trasferimenti per il sostegno al reimpiego dei disoccupati !
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2.3 L’assenza del diritto-dovere al welfare per il lavoro.
La situazione dei sistemi regionali italiani e l’assoluta disomogeneità registrata dagli osservatori economici europei dipende anche dalla debolezza dell’intervento nazionale. L’Italia è sprovvista di alcuni riferimenti essenziali per dare significato ad un sistema nazionale per il lavoro:
a)   non esistono livelli essenziali o standard da garantire per la qualità delle prestazioni dei servizi per il lavoro;
b)   esistono diversi modelli regionali di governo del mercato del lavoro, alcuni dei quali non prevedono l’accreditamento dei soggetti che promuovono gli interventi;
c)    manca un quadro ed un repertorio nazionale delle competenze e delle qualifiche professionali;
d)   non esiste un sistema informativo di riferimento funzionale e nazionale per quanto riguarda la rilevazione dei fabbisogni formativi e professionali delle imprese;
e)   i soggetti che erogano le politiche attive e passive sono spesso distinti;
f)     le attribuzioni dei servizi per l’impiego in termini di risorse e competenze cambiano da regione a regione;
g)   non appare ad oggi presente un sistema unitario nazionale di definizione , registrazione e  verifica dello status di disoccupazione;
h)   la cancellazione dalle liste del disoccupato che rifiuti una proposta di lavoro o di partecipare a politiche attive ( stabilita in linea di principio dal decreto legislativo 181 del 2001 e ribadita dalla legge 2 del 2009) è nella maggior parte delle regioni inattuata;
i)     il rapporto tra iscrizione ai centri per l’impiego ed accesso ad un intervento di politica attiva è limitato ad alcune regioni e target.
Appare invece evidente come oggi dare attuazione a quanto previsto dall’articolo 1 della Costituzione ( una Repubblica fondata sul lavoro) implica la definizione di un diritto costituzionale per il welfare per il lavoro analogo a quanto previsto dall’articolo 117 della Costituzione per il diritto alla salute: stabilire livelli essenziali delle prestazioni di welfare per il lavoro esigibili su tutto il territorio nazionale. Questo obiettivo costituisce un intervento in  grado di rendere attuale e reale il dettato costituzionale, ma è poco attuabile anche per l’assenza di una premessa fondamentale: il diritto al servizio in un sistema in cui siano presenti indennità per il reimpiego di ambito generale, legate alla condizione di disoccupazione, ed in cui sia esigibile ed efficace la connessione tra servizi per il lavoro e politiche attive. Dare rilievo costituzionale al diritto ai servizi ed alle prestazioni per chi cerca lavoro: un intervento da realizzare, su cui sia il governo Monti che i partiti non sembrano tuttavia avere proposte ed idee chiare.



3. MERCATO DEL LAVORO : QUAL’E’ LA RIFORMA NECESSARIA ED URGENTE 
Appare quindi chiaro come l’intervento di riforma del mercato del lavoro costituisca in Italia un provvedimento non più rimandabile, che deve poter porre mano a misure di fondo, per consentire all’Italia di dotarsi di un modello di welfare per il lavoro efficiente e di poter valorizzare le risorse ed i programmi di intervento a disposizione, che prevedono la disponibilità, soprattutto nel Mezzogiorno, di risorse significative. Riportare in Europa i sistemi del lavoro italiani implica l’adozione di una strategia che da un lato, preveda l’intervento sugli ammortizzatori sociali e dall’altro la promozione di un raccordo efficace tra le politiche attive ed i servizi per il lavoro, aspetto critico nel funzionamento di molti sistemi regionali del lavoro. Solo in questo modo è possibile realizzare una politica in grado di intervenire in modo sistematico e contestuale sia sugli aspetti del lavoro che sui fattori dello sviluppo.
Gli interventi di riforma necessari per riportare in Europa l’Italia del lavoro sono vari e di ampia portata, dalla formazione alla produttività, dagli incentivi alle reti di impresa. Tuttavia lo snodo del funzionamento delle istituzioni del mercato del lavoro appare oggi come un intervento centrale, la cui riforma deve far tesoro di quanto in questi anni è stato promosso e sperimentato nel Paese. In ogni caso riteniamo sia importante collegarsi ai principi di base che in Europa determinano il migliore funzionamento del mercato del lavoro.

3.1 Collegamento servizi per l’impiego e politiche attive
Attraverso una profonda azione di rafforzamento del sistema dei servizi per l’impiego, da dotare di maggiori risorse personali e finanziare, e la garanzia effettiva del “ patto di servizio”, ovvero del diritto per ogni disoccupato di ricevere un orientamento mirato a cui collegare la partecipazione ad un intervento di ricerca attiva, occupabilità e reimpiego. Solo la partecipazione a questo intervento, promosso su standard di qualità garantiti, consente l’erogazione delle indennità di disoccupazione od integrazioni salariali.
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3.2 Rafforzamento dei servizi per il lavoro
Attraverso un modello che distingua le funzioni amministrative necessariamente legate al soggetto pubblico e preveda l’accreditamento, su alti livelli di qualità, delle strutture private e pubbliche chiamate ad erogare le politiche attive e ad effettuare gli interventi di sostegno all’occupabilità ed al reimpiego.
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3.3 Governance del lavoro e reti
La previsione di un sistema di intervento con una chiara ed individuabile responsabilità pubblica e la verifica della corretta destinazione delle risorse per il lavoro e la formazione e di governo del mercato del lavoro sul territorio, con il coinvolgimento responsabile dei fondi interprofessionali, delle regioni e degli enti locali, sulla base di standard nazionali esigibili e la forte connessione tra i sistemi territoriali. La regia territoriale della rete deve determinare il maggior coinvolgimento dei diversi soggetti e professionisti che operano sul mercato del lavoro e deve essere parte attiva dei sistemi regionali del lavoro.
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3.4 Il diritto al servizio
La previsione per ogni disoccupato di un “diritto al servizio”, a cui legare l’erogazione di qualsiasi forma di sostegno al reddito. Il principio è il collegamento tra la condizione individuale e l’accesso ai sistemi di promozione ed ai servizi per l’impiego, da garantire in tutto il territorio nazionale sulla base di standard di qualità omogenei. Si tratta di rendere efficace su tutto il territorio nazionale quanto previsto dalle norme istitutive del “ patto di servizio”: lo strumento che definisce l’intesa tra il servizio per l’impiego che indica l’intervento di politica attiva più adatto ed il disoccupato che si impegna a partecipare all’iniziativa indicata, cui è subordinata l’erogazione di una indennità. Mentre la funzione di erogazione dell’intervento può essere attribuita a soggetti accreditati ad operare sul mercato del lavoro, appare evidente come sia fondamentale la definizione di una responsabilità pubblica rispetto alla definizione del diritto-dovere e come questa responsabilità non possa essere collocata troppo lontana dal cittadino o dall’impresa che chiede un servizio.
In questo senso appare opportuno rendere efficaci anche le norme che stabiliscono il diritto al servizio, anche per l’impresa, che richieda una prestazione ai soggetti che operano sul mercato del lavoro, dalla preselezione all’accesso ad incentivi.
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3.5 La semplificazione delle indennità
I cambiamenti del lavoro e della società richiedono la definizione di un sistema di tutela in caso di perdita di lavoro che preveda una indennità di base, generale ed automatica, per tutte le condizioni di perdita di lavoro. In ogni caso vanno distinte le misure che riguardano i lavoratori sospesi da aziende in crisi ma titolari del rapporto di lavoro da quelle destinate a chi non ha rapporto di lavoro, il disoccupato in senso stretto, ma anche i lavoratori in mobilità. Vanno inoltre introdotti strumenti e percorsi mirati e specifici per gli inoccupati e per i lavoratori autonomi e parasubordinati.
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3.6 Cosa c’è e cosa manca nella riforma Fornero
Gli interventi di riforma del governo Monti perpetuano un vizio antico dei provvedimenti della politica italiana a favore dello sviluppo: la separazione tra le misure a sostegno della crescita dalle misure a sostegno del lavoro. Si tratta infatti di interventi pensati, definiti ed approvati in percorsi separati, come se la strategia per la crescita e quella per il lavoro viaggiassero su treni diversi.
Il risultato di questa distinzione è che le misure sul lavoro si traducono il più delle volte esclusivamente sul sistema dei diritti, mentre gli interventi sulla crescita si riducono agli aspetti degli incentivi a disposizione e del fisco. In un ordinamento come quello italiano con questo approccio si rischia di non determinare le scelte di fondo delle politiche sul territorio e nell’economia reale e di lasciare buona parte delle responsabilità per la crescita ad istituzioni, come quelle regionali, che non operano sempre in modo coordinato e verificato.
Separare la crescita dal lavoro significa indebolire le condizioni per lo sviluppo, non condizionando le opportunità, i servizi e le politiche territoriali.
La riforma Fornero prova ad intervenire determinando una opportuna inversione di rotta rispetto ad alcune questioni di fondo del nostro sistema giuridico, che hanno determinato il dualismo tra i lavoratori flessibili ed i lavoratori ipergarantiti. Alcuni interventi definiti, come l’aumento dell’aliquota contributiva a totale carico dei lavoratori con partita iva iscritti alla gestione separata, o l’esclusione del pubblico impiego dall’intervento sul reintegro in caso di licenziamento, appaiono tuttavia discutibili ed in contraddizione rispetto agli intenti dichiarati dal governo.
Importante l’avvio di una riforma degli ammortizzatori sociali che pone l’obiettivo dell’universalità dei diritti. Semplificare il sistema e separare il diritto all’indennità per chi perde il lavoro dall’appartenenza ad una categoria o ad una azienda significa avviare finalmente un processo di riforma che collega le tutele in caso di perdita del lavoro alla condizione di cittadinanza.
L’intervento avviene con alcune incertezze, come la lunga fase di transizione prevista, e l’esclusione dei collaboratori a progetto, per i quali viene previsto un intervento una tantum non sistematico. Inoltre non è chiaro come si possa esigere per il disoccupato il diritto-dovere a partecipare ad una iniziativa di reimpiego, come condizione per l’accesso alle indennità.  Si tratta peraltro di un punto di fondo del welfare per il lavoro europeo, che non viene risolto nel nostro ordinamento come regola universale.
Il testo interviene anche su un tema delicato, che in questi anni è stato lasciato alla totale discrezionalità delle regioni, quello del rapporto tra le politiche attive ed i servizi per il lavoro. La riforma Fornero opera attraverso norme di delega da cui tuttavia non si evince il modello di governance dei servizi e delle politiche che il governo ha in mente. E’ evidente come in questo senso una responsabilità di livello solo regionale sia alquanto lontana dai cittadini e dalle imprese e rischi di determinare situazioni territoriali troppo diverse tra loro. La maggiore collaborazione a livello locale con l’INPS risulta fondamentale nell’obbiettivo di collegare misure attive e passive per il lavoro,  ma il tentativo di attribuire anche all’INPS funzioni relative allo status di disoccupazione, alle politiche attive ed addirittura all’intermediazione appare poco funzionale ad un corretto assetto delle responsabilità sul territorio, oltre che di dubbia costituzionalità.
Tuttavia non è ancora chiaro, per esempio, il mantenimento alle province delle funzioni dei nuovi centri per l’impiego, magari dotati di risorse e competenze maggiori, ed il rapporto con il sistema delle agenzie per il lavoro. Sono decisioni importanti, che vanno prese in questi mesi, per poter finalmente utilizzare quelle ingenti risorse comunitarie per le politiche attive del lavoro e per lo sviluppo che non riescono ad essere spese per la debolezza del nostro sistema di servizi e l’assenza di responsabilità riconoscibili e verificabili.



Tabella 1.1 Tasso di occupazione (indica la percentuale delle persone che lavorano su quelle che dovrebbero lavorare – occupati 18-65 sulla popolazione attiva)

Media europea 68,6 %
Italia 61,1%
Francia 69 %
Germania 75%

Tabella 1.2 Tasso di disoccupazione giovanile (fascia popolazione 18-29 anni)

Media europea 21 %
Italia 28%
Francia 20 %
Germania 9 %

Tabella 2.1 la classifica delle regioni italiane rispetto alla capacità competitiva complessiva (secondo l’European Competitivennes Index *)

REGIONI POSIZIONE rispetto alla capacità competitiva complessiva posto
Lombardia 95° posto
Emilia-Romagna 120°posto
Lazio 133° posto
Veneto 146° posto
Piemonte 149°posto
Toscana 155° posto
Liguria 170° posto
Friuli V.G. 172° posto
Marche 180° posto
Umbria 181°posto
Provincia Autonoma di Trento 184° posto
Abruzzo 189° posto
Provincia Autonoma di Bolzano 191° posto
Campania 199°posto
Puglia 211° posto
Valle d’Aosta 212° posto
Sicilia 213° posto
Calabria 222° posto
Molise 225° posto
Sardegna 234° posto

(*) L’European Competitivennes Index è il rapporto europeo ufficiale che definisce e valuta l’efficacia delle istituzioni e degli strumenti per il lavoro e la produttività nelle 267 regioni d’Europa


Tabella 2.2 la classifica delle regioni italiane d’Europa rispetto all’efficienza del mercato del lavoro (secondo l’European Competitivennes Index)

REGIONI POSIZIONE rispetto all’efficienza del mercato del lavoro
Provincia Autonoma di Bolzano 32° posto
Emilia-Romagna 69° posto
Valle d’Aosta 76° posto
Provincia Autonoma di Trento 81° posto
Lombardia 97° posto
Veneto 112° posto
Toscana 123° posto
Friuli V.G. 141°posto
Piemonte 148° posto
Liguria 151° posto
Marche 156° posto
Umbria 159° posto
Lazio 200° posto
Abruzzo 212° posto
Molise 245° posto
Sardegna 251° posto
Calabria 257° posto
Puglia 258 posto
Campania 261° posto
Sicilia 262 °posto

La comparazione tra queste due classificazioni econometriche tra le regioni italiane mostra alcuni dati significativi e da valutare con attenzione:
a) la capacità competitiva complessiva delle regioni italiane e la media italiana sono superiori alle valutazioni medie dell’efficienza del mercato del lavoro;
b) l’efficienza del mercato del lavoro italiano in genere è peggiore rispetto al dato della competitività regionale, soprattutto nelle regioni meridionali;
c) i risultati occupazionali dipendono molto dall’efficienza del mercato del lavoro e la regolazione provinciale è un criterio di efficienza;
d) Val d’Aosta, Trento e Bolzano (ai primi posti per occupazione e mediocri come competitività) mostrano come sia possibile creare lavoro senza essere particolarmente competitivi attraverso efficaci servizi legati al territorio;
e) Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Toscana sono tra le poche regioni italiane con un dato occupazionale migliore di quello economico-competitivo ed hanno efficaci sistemi del lavoro a regolazione provinciale;
f) Lazio, Campania, Abruzzo, Molise e Sicilia sono tra le regioni in cui l’efficienza del mercato del lavoro ed il dato occupazionale peggiorano di molto le potenzialità economiche e la competitività e sono regioni in cui i servizi per il lavoro appaiono poco adeguati ed in cui le province hanno a riguardo meno funzioni.

 


Come fare impresa nel peggior mercato del lavoro del mondo


1. LA CAPACITA’ COMPETITIVA DEL LAVORO
La crescita di cui ha bisogno l’economia italiana dipende dalla nostra capacità di competere.  La capacità competitiva dei sistemi economici occidentali è sempre più legata agli aspetti che riguardano l’economia reale, il lavoro, le competenze, la produttività. Si tratta dei fattori di fondo perché la crescita economica comporti anche quello sviluppo in grado di determinare una maggiore coesione sociale e di rendere più forte il Paese.
Se osserviamo i paesi europei che hanno resistito meglio alla crisi determinata dalle turbolenze dei mercati finanziari e dai problemi derivanti dal disequilibrio tra economia reale e finanziaria appare davvero evidente come queste siano le nazioni in cui il mercato del lavoro funziona meglio. E l’Italia, come diceva il professor Marco Biagi, fa i conti con quello che è forse il peggior mercato del lavoro del mondo, in termini di efficacia, risorse, risultati.  Fare i conti con un mercato del lavoro che non funziona è uno dei principali problemi che limitano la crescita ed ostacolano lo sviluppo italiano.
L’interdipendenza tra l’andamento dell’economia reale ed il funzionamento del mercato del lavoro è infatti un aspetto di fondo dello sviluppo nei paesi più avanzati. La conseguenza di questo fenomeno, che nella attuale fase si è accentuato, è che la maggiore stabilità finanziaria dipende strettamente dal buon andamento dell’economia reale, che a sua volta dipende in buona parte dalla buona regolazione del mercato del lavoro, che si esprime in termini di produttività, competenze, qualità, mobilità.
La capacità competitiva di un sistema economico e sociale si lega al lavoro delle persone e diventa in questo modo più collegata alla capacità d’agire degli individui: si tratta di una delle potenzialità dell’attuale modello di sviluppo, dopo la fine dell’industrialismo, che non tutti i paesi riescono tuttavia a tradurre in risultati attraverso politiche adeguate, anche perché anziché adeguare il welfare al cambiamento dell’economia preferiscono procedere per logiche di aggiustamento, se non addirittura perpetuando il vecchio modello con qualche aggiunta che tenga conto dei nuovi bisogni emergenti.
La difficoltà dell’Italia di cogliere le opportunità della fine del vecchio modello economico sono in buona parte legate alle difficoltà nel promuovere le capacità individuali e la competitività dei sistemi economici territoriali attraverso investimenti, politiche e strumenti adeguati. La crisi dell’economia italiana ha pesanti conseguenze sociali e culturali anche per via dell’inadeguatezza del sistema di welfare e delle politiche per lo sviluppo complessivo del sistema.
Il vero discrimine, la differenza di fondo tra le nazioni ( ed all’interno delle nazioni tra le diverse componenti sociali) che stanno superando l’attuale crisi e quelle che si trovano in difficoltà riguarda in primo luogo la competitività rispetto ai fattori della capacità d’agire, come le risorse umane, l’innovazione, la creatività, la formazione, la produttività, l’inclusione, la mobilità e la qualità del lavoro. Sono fattori che, se integrati, costituiscono le fondamenta del benessere.
La competizione con paesi emergenti che hanno un costo del lavoro mediamente tra le otto e le dieci volte inferiore a quello dei paesi europei deve in ogni caso portare con forza al centro della elaborazione e della proposta politica il tema del rapporto tra qualità dello sviluppo e del welfare. Su questo asse si sono confrontati, prima e dopo la crisi, i paesi europei, con politiche e risultati diversi. I dati sono chiari e delineano indicazioni che l’Unione Europea riporta in modo netto a tutti i paesi, soprattutto a quelli più in difficoltà, come l’Italia: crescono di più e meglio i paesi che hanno speso più e meglio per innovazione, ricerca, istruzione, formazione, regolazione del mercato del lavoro, pari opportunità, sostegno alla creazione di impresa.
Dare forza alla capacità d’agire ed alla autonomia professionale delle persone è da tempo il principale antidoto alla crisi e lo strumento per migliorare la competitività dei sistemi economici locali.  Ed è proprio su questo che il sistema Italia in questo decennio ha sostanzialmente fallito. Lo dicono i dati, le analisi, i confronti. Lo dice la realtà di questi mesi, in cui la crisi ha mostrato con evidenza le conseguenze di politiche inefficaci e di investimenti mancati.
Le politiche inadeguate sono figlie della crisi della credibilità della politica e della capacità del ceto dirigente di rappresentare e quindi di governare i cambiamenti.
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1.1 L’assenza di diritti legati alla condizione individuale
I principali sistemi europei di welfare per il lavoro, quantomeno dalle riforme avviate nel resto d’Europa  ormai quasi quindici anni fa, convergono nella promozione di un sistema in grado di :
a) seguire il percorso lavorativo da lavoro a lavoro e nelle transizioni;
b) legare le indennità di disoccupazione alla partecipazione obbligatoria ad iniziative di inserimento al lavoro, ricerca o politica attiva, formazione per l’occupabilità.
Questi due principi di base, che hanno ispirato tutte le riforme del mercato del lavoro nei paesi europei con i migliori risultati occupazionali, in Italia sono formulati in modo parziale ( legge 2 del 2009 e decreto legislativo 181 del 2000) e non sono garantiti. Anche gli interventi recenti del Governo Monti non fanno un salto di qualità decisivo nello stabilire il collegamento tra il diritto ad una indennità per il disoccupato ed il dovere a partecipare ad interventi di ricerca attiva del lavoro. In questo caso ci si limita ad un generico obbligo per il cassaintegrato a partecipare alle iniziative formative, obbligato peraltro dalla necessità di usare i fondi europei in funzione anticrisi.
Questa mancata riforma consente l’iscrizione alle liste di disoccupazione di migliaia di lavoratori che in realtà non sono alla reale ricerca di un lavoro e comunque non si attivano per questo obiettivo. Il semplice obbligo della dichiarazione di disponibilità ( DID) al lavoro non  comporta infatti che il disoccupato venga realmente chiamato per partecipare ad un intervento o per avere una proposta. Il dato che emerge è clamoroso : quando i disoccupati iscritti ai centri per l’impiego vengono chiamati a partecipare ad una iniziativa non si rendono disponibili almeno nel venti per cento dei casi. Solo poche regioni tuttavia rispettano l’obbligo di legge che prevede la cancellazione dalla lista del disoccupato che non accetti la proposta di lavoro o del progetto di formazione o di politica attiva. In questo caso la pena prevista non disincentiva: la cancellazione dura in genere sei mesi ed il disoccupato negligente poi si riscrive. In ogni caso le nostre politiche, i servizi e gli interventi sono destinati ad almeno un venti per cento di disoccupati del tutto indifferenti alla ricollocazione e quindi allo stesso servizio erogato.
L’Italia da anni deve inoltre completare un intervento di riforma degli ammortizzatori sociali, che da noi non sono legati al diritto di cittadinanza ( come aspetto di un welfare universale per tutti gli individui), ma restano ancora legati essenzialmente alla categoria od azienda di provenienza, privi del collegamento alla condizione individuale e retaggio dello storico assetto corporativo delle tutele, che venne confermato e rafforzato nei decenni scorsi dal patto che legò le organizzazioni di impresa e sindacali nel governo del lavoro durante la fase dell’economia fordista. I nostri ammortizzatori sociali sono interventi inoltre a cui non corrisponde il reale obbligo di partecipazione ad interventi di politica attiva e reimpiego. Il mantenimento dell’assetto categoriale delle tutele di base in caso di perdita di lavoro o di crisi ha determinato con il tempo la sostanziale incapacità del nostro welfare di uscire dalla logica assistenziale e di diventare uno strumento promozionale.
Questa situazione determina:
la drastica caduta di tutele nel passaggio tra le diverse condizioni lavorative;
la discrezionalità degli interventi;
la presenza nell’elenco dei destinatari delle indennità salariali e persino dei disoccupati di persone non interessate al reimpiego ;
il lavoro nero ed irregolare di molti disoccupati;
la marginalità dell’indennità di disoccupazione, che riguarda i lavoratori esclusi dagli ammortizzatori ;
la confusione sugli strumenti ed enti che hanno la responsabilità della promozione del reimpiego ( dalla bilateralità ai servizi per il lavoro).
In ogni caso questo modello determina costi di varia natura e costituisce un serio ostacolo rispetto alla praticabilità in Italia di uno degli obiettivi di fondo che l’Unione Europa ha stabilito per dare efficienza la mercato del lavoro: la promozione della mobilità sociale e del life design, da intendere come accesso a strumenti e garanzie che permettano ad ogni individuo di costruirsi un percorso di lavoro e carriera senza lunghe interruzioni per disoccupazione o diminuzione delle tutele. Insomma, siamo in difficoltà nel permettere agli italiani la libertà di scelta, nella vita come nel lavoro.
Il modello di governo del mercato del lavoro italiano è quindi poco funzionale. Si tratta infatti di un sistema che ha alcuni aspetti di squilibrio, che lo rendono poco efficace e per alcuni aspetti decisamente ingiusto:
a)   non risponde e garantisce standard di servizio e livelli minimi delle prestazioni su tutto il territorio nazionale;
b)   non risponde alla articolazione ed alla diversità dei sistemi territoriali del lavoro ( le vocazioni produttive del Made in Italy);
c)    non prevede il diritto al servizio, come accesso per chi cerca lavoro ad un livello minimo di prestazioni;
d)   non prevede il diritto al reddito in via universale e non lo lega a comportamenti attivi del cittadino;
e)   non garantisce la piena ed efficace erogazione delle politiche attive per chi ha perso o vuole cambiare lavoro attraverso i servizi per il lavoro.


2.  LE DIFFERENZE CON L’EUROPA
Il declino dell’economia italiana non inizia con la crisi del 2008, ma riguarda quantomeno l’ultimo decennio, in cui la crescita italiana è stata la penultima al Mondo, se non l’ultimo ventennio, in cui la crescita italiana è stata la metà di quella degli altri paesi occidentali.
In questo lasso di tempo appare evidente come l’Italia non abbia investito in modo adeguato, per quantità e qualità della spesa, rispetto agli altri paesi europei. La situazione economica ed occupazionale italiana di oggi si spiega sostanzialmente proprio attraverso questa considerazione: l’indebolimento del made in Italy sui mercati deriva soprattutto dalla minore competitività in termini di produttività, marketing, qualità, innovazione, fattori in cui l’aspetto delle competenze e del funzionamento del mercato del lavoro è decisivo.
I dati della Commissione Europea sono chiari: l’Italia è in fondo alla classifica dei 27 paesi europei per quanto riguarda l’efficacia del sistema di istruzione e formazione e del mercato del lavoro ed è in ritardo per quanto riguarda l’innovazione ed il sostegno alle attività produttive. In questo senso appare importante valutare le scelte di fondo fatte in Italia nell’ultimo decennio, in quanto queste scelte sono quelle che hanno in parte determinato la grave  situazione attuale, registrata in modo oggettivo dagli osservatori economici europei.
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2.1 La diversa composizione della spesa per le politiche del lavoro tra l’Italia e l’Europa
La spesa per politiche del lavoro in Italia impegna risorse inferiori di un terzo rispetto al resto d’Europa. La spesa italiana per politiche del lavoro è stata nell’ultimo decennio intorno all’1,5 per cento del PIL, più o meno pari alla spesa militare.
Al ritardo in termini quantitativi corrisponde una sostanziale differenza nella qualità della spesa. Nei paesi europei con un mercato del lavoro efficiente, in media, la spesa si distribuisce per il 44 per cento sulle politiche passive ( i soldi dati al disoccupato) per il 40 per cento sulle politiche attive ( gli interventi ed incentivi per trovare lavoro)  e per il 16 per cento circa si finanziano i servizi chiamati ad assistere il disoccupato nella ricerca di impiego. Il sistema italiano, in media, prevede invece che la spesa per politiche del lavoro vada per più del 55 per cento nelle indennità salariali, per il 40 per cento nelle politiche attive e per meno del 5 per cento in servizi per il lavoro. Abbiamo soldi per il disoccupato ed interventi possibili per il reimpiego, ma nessuno che assista e segua chi cerca lavoro e chi cerca lavoratori. La corretta combinazione tra politiche attive e servizi per il lavoro è invece lo snodo per rendere efficace il mercato del lavoro: noi manchiamo proprio su questo snodo .
Far funzionare il sistema dei servizi per il lavoro e quelle che vengono chiamate politiche attive, collegando l’orientamento, gli incentivi e l’intermediazione : questi sono in Europa gli interventi che consentono di trovare un impiego.
Più del quaranta per cento di chi in Italia cerca lavoro lo fa rivolgendosi anche ai servizi per il lavoro: le strutture specializzate pubbliche e private che si occupano di orientamento ed incontro tra domanda ed offerta. Meno del dieci per cento degli italiani trova però lavoro in questo modo. Per più dell’ottanta per cento dei casi questo impiego si traduce poi in un lavoro a termine.
Nel resto d’Europa funziona invece in modo diverso: sono di più i lavoratori e le imprese che si rivolgono ai servizi specializzati, ma soprattutto quasi la metà delle opportunità di impiego si trovano tramite questi servizi. Non è solo una questione di diverse abitudini: la prevalenza delle relazioni e della raccomandazione in Italia è condizionata, se non determinata,  anche dalla presenza e dalla qualità dei nostri servizi per il lavoro.
In Europa abbiamo un orientatore ogni quaranta disoccupati, in Italia uno ogni quattrocento. I servizi all’estero piazzano sul mercato del lavoro un numero di disoccupati tre volte maggiore rispetto ai servizi italiani, anche perché negli ultimi anni hanno avuto a disposizione personale e risorse  circa tre volte superiore a quanto invece ammontava per lo stesso periodo l’investimento pubblico italiano in servizi per il lavoro. L’investimento tedesco o francese per servizi per l’impiego è pari al dodici-quindici per cento della spesa sulle politiche del lavoro, mentre in Italia è intorno a quattro-cinque per cento, in un quadro che prevede peraltro una spesa complessiva per politiche del lavoro rispetto al PIL che è in Italia circa la metà di quella in uso nei paesi che, non a caso, hanno una maggiore occupazione .
La debolezza dei nostri servizi alimenta e motiva il ricorso alla raccomandazione e determina un’altra conseguenza: la scarsa efficacia delle politiche attive, della formazione, degli interventi per accompagnare le persone ad un nuovo lavoro. Le politiche attive funzionano in modo inadeguato e si risolvono soprattutto in generici corsi di formazione e non in percorsi mirati per l’inserimento al lavoro. Questo accade soprattutto per due motivi: in Italia il principio che lega l’erogazione di una indennità od ammortizzatore alla partecipazione ad una misura di politica attiva non viene rispettato ed il sistema dei servizi per il lavoro non è organizzato ( in termini di risorse e personale) per poter realizzare per ogni disoccupato l’accompagnamento al lavoro, che in Europa invece è un vero e proprio diritto di cittadinanza. La conseguenza è che i miliardi di euro a disposizione per le politiche attive si traducono in interventi formativi spesso inutili o non vengono spesi, fenomeno su cui la Commissione Europea ha in questi anni espresso preoccupazione, critiche e valutazioni poco lusinghieri nei nostri confronti .  Con una capacità di spesa inferiore al quindici per cento delle risorse a disposizione questo fenomeno si sta perpetuando anche in questi mesi e mostra l’incapacità strutturale delle istituzioni italiane preposte nel progettare ed attivare interventi per lo sviluppo ed il lavoro.
Non è comunque semplice fare interventi mirati per più di due milioni di disoccupati avvalendosi di poche centinaia di orientatori e non è facile conoscere il fabbisogno delle nostre imprese senza nessuno che lo rilevi in modo sistematico. Per rendere più efficiente il nostro mercato del lavoro è quindi evidente la necessità di rafforzare il sistema dei servizi e di renderlo centrale nel nuovo governo del mercato del lavoro.
Se confrontiamo il dato italiano medio relativo alle risorse umane e finanziarie a disposizione dei servizi per l’impiego, tre volte meno della media dell’Unione Europea, appare evidente come se per far funzionare il mercato del lavoro dobbiamo puntare sulle politiche attive, per far funzionare le politiche attive è necessario rafforzare in modo serio i servizi per l’impiego, attraverso l’attribuzione di chiare responsabilità, ma anche di risorse certe. Per questo motivo la riforma sul mercato del lavoro presentata dal Governo Monti prevede alcune norme di delega, ma questo intervento è privo di risorse e non sembra chiaro rispetto a responsabilità, governance, controlli, funzioni quale sia la strategia per la riforma delle politiche e dei servizi per il lavoro italiani, persi oggi in una tempesta perfetta tra le incerte autonomie locali, le agenzie del lavoro private fuori mercato e le aspirazioni dell’INPS nel fare un mestiere che non è il suo, occupandosi non solo delle pensioni di chi ha lavorato, ma addirittura del lavoro di chi è disoccupato.
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2.2 Gli effetti della regionalizzazione delle politiche del lavoro
Le competenze e le risorse per la “ capacita d’agire” in Italia sono state attribuite alle Regioni, che nell’ultimo decennio hanno avuto per questo motivo a disposizione la quasi totalità delle risorse destinate dall’Unione Europea allo sviluppo ed al lavoro. In particolare tutto quanto riguarda le politiche attive, i servizi per il lavoro, la formazione, le pari opportunità e gran parte delle risorse per la creazione di impresa e lo sviluppo è destinato alle Regioni, che impegnano queste risorse in piena autonomia, in assenza di livelli e standard nazionali di riferimento.
Le modalità di controllo nazionali ed europee riguardano più gli aspetti di rendicontazione formale che di verifica e rendiconto in termini di efficacia degli interventi e di “ accountability”. Il quadro di intervento prevede quindi la definizione di sistemi regionali del lavoro, con forte autonomia di decisione e spesa, ai quali nell’ultimo decennio sono stati destinati miliardi di euro. La mancata responsabilità del territorio e la debolezza dello Stato : sono questi altri due aspetti del malfunzionamento del nostro mercato del lavoro, resi evidenti dal contenuto delle leggi e soprattutto dai risultati dei nostri sistemi regionali del lavoro. Si perpetua inoltre in Italia una distinzione a monte tra le risorse destinate agli ammortizzatori sociali ed agli incentivi, nazionali e provenienti dal bilancio dello Stato e le risorse e strumenti destinati alle politiche attive ed alla formazione, regionali e provenienti dall’Unione Europea. Questa separazione costituisce un ostacolo storico al collegamento tra misure di sostegno al reddito ed interventi per l’occupabilità e l’inserimento al lavoro dei destinatari del sostegno al reddito. Il superamento di questa dicotomia attraverso la connessione sul territorio tra politiche, indennità e servizi è invece alla base del successo dei sistemi europei di welfare per il lavoro. Anche questo è uno snodo fondamentale per far funzionare il mercato del lavoro su cui le proposte politica arrancano.
Il decentramento regionale degli interventi e delle responsabilità sul mercato del lavoro risponde all’esigenza di rafforzare il governo e la responsabilità dei territori. Obiettivi condivisibili, ma che in questi anni si sono promossi in assenza di una reale politica nazionale di coordinamento, promozione e verifica dei risultati. Il Ministero del Lavoro italiano è un ente che si è dimostrato in questo debole ed incapace. E’ interessante valutarne le conseguenze.
I risultati della regionalizzazione dei sistemi del lavoro italiani sono misurati dagli osservatori europei, in particolare dal rapporto annuale sulla capacità competitiva che mette a confronto le 267 regioni dell’Europa. Ne escono dati davvero significativi, che mostrano con chiarezza le cause di fondo di un sistema che non funziona.
Per quanto riguarda gli aspetti del capitale umano, della capacità d’agire e del mercato del lavoro dalle verifiche della Commissione Europea emerge come :
a) solo il Piemonte, l’Emilia Romagna, la Toscana ed il Veneto tra le regioni italiane hanno sistemi di regolazione del mercato del lavoro migliori rispetto al loro dato medio della capacità competitiva e quindi solo in quattro regioni italiane su venti il buon funzionamento del lavoro aiuta l’economia ed attenua l’impatto della crisi ;
b) i sistemi territoriali in cui il governo del mercato del lavoro è più efficace sono quelli delle province autonome di Trento e Bolzano, in cui avviene l’opposto di quanto accade al resto d’Italia, in quanto il funzionamento del mercato del lavoro migliora di molto i risultati economici del territorio ( che sono in realtà poco più che mediocri);  
c) in tutte le altre regioni italiane il dato relativo al funzionamento del mercato del lavoro è peggiore rispetto al dato relativo competitività della propria economia regionale;
d) la disomogeneità tra i sistemi regionali italiani è la più ampia d’Europa, con differenze non riscontrabili in altri paesi;
e) le regioni meridionali si collocano agli ultimi posti in Europa per l’efficienza del mercato del lavoro, la qualità dei servizi, l’occupazione femminile, la mobilità, la formazione, nonché per capacità di spendere con progetti adeguati le risorse destinate alla crescita ed all’occupazione.
Il punto di fondo è quindi davvero chiaro ed le analisi della Commissione Europea conferma quanto emerge anche da altre ricerche : l’Italia con l’economia che funziona, più o meno, è l’Italia del Nord Est; l’Italia del Nord Est ha una economia che funziona meglio perché funziona meglio il mercato del lavoro ( con le sue componenti della formazione, dei servizi, delle politiche, dell’innovazione). L’Italia dell’economia non funziona perché non funziona l’Italia del lavoro.
Questi dati mostrano pertanto come sia importante aumentare gli investimenti e fare sistema e collegare le funzioni di pianificazione territoriale e programmazione regionale, da un lato, a verificati standard nazionali e dall’altro alla capacità dei servizi per il lavoro di coordinare l’erogazione effettiva e reale sul territorio di politiche e strumenti per l’occupabilità ed il reimpiego.  Proprio quello che manca: l’Italia è stato negli ultimi due anni l’unico paese europeo che durante la crisi ha diminuito e non aumentato i trasferimenti per il sostegno al reimpiego dei disoccupati !
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2.3 L’assenza del diritto-dovere al welfare per il lavoro.
La situazione dei sistemi regionali italiani e l’assoluta disomogeneità registrata dagli osservatori economici europei dipende anche dalla debolezza dell’intervento nazionale. L’Italia è sprovvista di alcuni riferimenti essenziali per dare significato ad un sistema nazionale per il lavoro:
a)   non esistono livelli essenziali o standard da garantire per la qualità delle prestazioni dei servizi per il lavoro;
b)   esistono diversi modelli regionali di governo del mercato del lavoro, alcuni dei quali non prevedono l’accreditamento dei soggetti che promuovono gli interventi;
c)    manca un quadro ed un repertorio nazionale delle competenze e delle qualifiche professionali;
d)   non esiste un sistema informativo di riferimento funzionale e nazionale per quanto riguarda la rilevazione dei fabbisogni formativi e professionali delle imprese;
e)   i soggetti che erogano le politiche attive e passive sono spesso distinti;
f)     le attribuzioni dei servizi per l’impiego in termini di risorse e competenze cambiano da regione a regione;
g)   non appare ad oggi presente un sistema unitario nazionale di definizione , registrazione e  verifica dello status di disoccupazione;
h)   la cancellazione dalle liste del disoccupato che rifiuti una proposta di lavoro o di partecipare a politiche attive ( stabilita in linea di principio dal decreto legislativo 181 del 2001 e ribadita dalla legge 2 del 2009) è nella maggior parte delle regioni inattuata;
i)     il rapporto tra iscrizione ai centri per l’impiego ed accesso ad un intervento di politica attiva è limitato ad alcune regioni e target.
Appare invece evidente come oggi dare attuazione a quanto previsto dall’articolo 1 della Costituzione ( una Repubblica fondata sul lavoro) implica la definizione di un diritto costituzionale per il welfare per il lavoro analogo a quanto previsto dall’articolo 117 della Costituzione per il diritto alla salute: stabilire livelli essenziali delle prestazioni di welfare per il lavoro esigibili su tutto il territorio nazionale. Questo obiettivo costituisce un intervento in  grado di rendere attuale e reale il dettato costituzionale, ma è poco attuabile anche per l’assenza di una premessa fondamentale: il diritto al servizio in un sistema in cui siano presenti indennità per il reimpiego di ambito generale, legate alla condizione di disoccupazione, ed in cui sia esigibile ed efficace la connessione tra servizi per il lavoro e politiche attive. Dare rilievo costituzionale al diritto ai servizi ed alle prestazioni per chi cerca lavoro: un intervento da realizzare, su cui sia il governo Monti che i partiti non sembrano tuttavia avere proposte ed idee chiare.



3. MERCATO DEL LAVORO : QUAL’E’ LA RIFORMA NECESSARIA ED URGENTE 
Appare quindi chiaro come l’intervento di riforma del mercato del lavoro costituisca in Italia un provvedimento non più rimandabile, che deve poter porre mano a misure di fondo, per consentire all’Italia di dotarsi di un modello di welfare per il lavoro efficiente e di poter valorizzare le risorse ed i programmi di intervento a disposizione, che prevedono la disponibilità, soprattutto nel Mezzogiorno, di risorse significative. Riportare in Europa i sistemi del lavoro italiani implica l’adozione di una strategia che da un lato, preveda l’intervento sugli ammortizzatori sociali e dall’altro la promozione di un raccordo efficace tra le politiche attive ed i servizi per il lavoro, aspetto critico nel funzionamento di molti sistemi regionali del lavoro. Solo in questo modo è possibile realizzare una politica in grado di intervenire in modo sistematico e contestuale sia sugli aspetti del lavoro che sui fattori dello sviluppo.
Gli interventi di riforma necessari per riportare in Europa l’Italia del lavoro sono vari e di ampia portata, dalla formazione alla produttività, dagli incentivi alle reti di impresa. Tuttavia lo snodo del funzionamento delle istituzioni del mercato del lavoro appare oggi come un intervento centrale, la cui riforma deve far tesoro di quanto in questi anni è stato promosso e sperimentato nel Paese. In ogni caso riteniamo sia importante collegarsi ai principi di base che in Europa determinano il migliore funzionamento del mercato del lavoro.

3.1 Collegamento servizi per l’impiego e politiche attive
Attraverso una profonda azione di rafforzamento del sistema dei servizi per l’impiego, da dotare di maggiori risorse personali e finanziare, e la garanzia effettiva del “ patto di servizio”, ovvero del diritto per ogni disoccupato di ricevere un orientamento mirato a cui collegare la partecipazione ad un intervento di ricerca attiva, occupabilità e reimpiego. Solo la partecipazione a questo intervento, promosso su standard di qualità garantiti, consente l’erogazione delle indennità di disoccupazione od integrazioni salariali.
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3.2 Rafforzamento dei servizi per il lavoro
Attraverso un modello che distingua le funzioni amministrative necessariamente legate al soggetto pubblico e preveda l’accreditamento, su alti livelli di qualità, delle strutture private e pubbliche chiamate ad erogare le politiche attive e ad effettuare gli interventi di sostegno all’occupabilità ed al reimpiego.
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3.3 Governance del lavoro e reti
La previsione di un sistema di intervento con una chiara ed individuabile responsabilità pubblica e la verifica della corretta destinazione delle risorse per il lavoro e la formazione e di governo del mercato del lavoro sul territorio, con il coinvolgimento responsabile dei fondi interprofessionali, delle regioni e degli enti locali, sulla base di standard nazionali esigibili e la forte connessione tra i sistemi territoriali. La regia territoriale della rete deve determinare il maggior coinvolgimento dei diversi soggetti e professionisti che operano sul mercato del lavoro e deve essere parte attiva dei sistemi regionali del lavoro.
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3.4 Il diritto al servizio
La previsione per ogni disoccupato di un “diritto al servizio”, a cui legare l’erogazione di qualsiasi forma di sostegno al reddito. Il principio è il collegamento tra la condizione individuale e l’accesso ai sistemi di promozione ed ai servizi per l’impiego, da garantire in tutto il territorio nazionale sulla base di standard di qualità omogenei. Si tratta di rendere efficace su tutto il territorio nazionale quanto previsto dalle norme istitutive del “ patto di servizio”: lo strumento che definisce l’intesa tra il servizio per l’impiego che indica l’intervento di politica attiva più adatto ed il disoccupato che si impegna a partecipare all’iniziativa indicata, cui è subordinata l’erogazione di una indennità. Mentre la funzione di erogazione dell’intervento può essere attribuita a soggetti accreditati ad operare sul mercato del lavoro, appare evidente come sia fondamentale la definizione di una responsabilità pubblica rispetto alla definizione del diritto-dovere e come questa responsabilità non possa essere collocata troppo lontana dal cittadino o dall’impresa che chiede un servizio.
In questo senso appare opportuno rendere efficaci anche le norme che stabiliscono il diritto al servizio, anche per l’impresa, che richieda una prestazione ai soggetti che operano sul mercato del lavoro, dalla preselezione all’accesso ad incentivi.
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3.5 La semplificazione delle indennità
I cambiamenti del lavoro e della società richiedono la definizione di un sistema di tutela in caso di perdita di lavoro che preveda una indennità di base, generale ed automatica, per tutte le condizioni di perdita di lavoro. In ogni caso vanno distinte le misure che riguardano i lavoratori sospesi da aziende in crisi ma titolari del rapporto di lavoro da quelle destinate a chi non ha rapporto di lavoro, il disoccupato in senso stretto, ma anche i lavoratori in mobilità. Vanno inoltre introdotti strumenti e percorsi mirati e specifici per gli inoccupati e per i lavoratori autonomi e parasubordinati.
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3.6 Cosa c’è e cosa manca nella riforma Fornero
Gli interventi di riforma del governo Monti perpetuano un vizio antico dei provvedimenti della politica italiana a favore dello sviluppo: la separazione tra le misure a sostegno della crescita dalle misure a sostegno del lavoro. Si tratta infatti di interventi pensati, definiti ed approvati in percorsi separati, come se la strategia per la crescita e quella per il lavoro viaggiassero su treni diversi.
Il risultato di questa distinzione è che le misure sul lavoro si traducono il più delle volte esclusivamente sul sistema dei diritti, mentre gli interventi sulla crescita si riducono agli aspetti degli incentivi a disposizione e del fisco. In un ordinamento come quello italiano con questo approccio si rischia di non determinare le scelte di fondo delle politiche sul territorio e nell’economia reale e di lasciare buona parte delle responsabilità per la crescita ad istituzioni, come quelle regionali, che non operano sempre in modo coordinato e verificato.
Separare la crescita dal lavoro significa indebolire le condizioni per lo sviluppo, non condizionando le opportunità, i servizi e le politiche territoriali.
La riforma Fornero prova ad intervenire determinando una opportuna inversione di rotta rispetto ad alcune questioni di fondo del nostro sistema giuridico, che hanno determinato il dualismo tra i lavoratori flessibili ed i lavoratori ipergarantiti. Alcuni interventi definiti, come l’aumento dell’aliquota contributiva a totale carico dei lavoratori con partita iva iscritti alla gestione separata, o l’esclusione del pubblico impiego dall’intervento sul reintegro in caso di licenziamento, appaiono tuttavia discutibili ed in contraddizione rispetto agli intenti dichiarati dal governo.
Importante l’avvio di una riforma degli ammortizzatori sociali che pone l’obiettivo dell’universalità dei diritti. Semplificare il sistema e separare il diritto all’indennità per chi perde il lavoro dall’appartenenza ad una categoria o ad una azienda significa avviare finalmente un processo di riforma che collega le tutele in caso di perdita del lavoro alla condizione di cittadinanza.
L’intervento avviene con alcune incertezze, come la lunga fase di transizione prevista, e l’esclusione dei collaboratori a progetto, per i quali viene previsto un intervento una tantum non sistematico. Inoltre non è chiaro come si possa esigere per il disoccupato il diritto-dovere a partecipare ad una iniziativa di reimpiego, come condizione per l’accesso alle indennità.  Si tratta peraltro di un punto di fondo del welfare per il lavoro europeo, che non viene risolto nel nostro ordinamento come regola universale.
Il testo interviene anche su un tema delicato, che in questi anni è stato lasciato alla totale discrezionalità delle regioni, quello del rapporto tra le politiche attive ed i servizi per il lavoro. La riforma Fornero opera attraverso norme di delega da cui tuttavia non si evince il modello di governance dei servizi e delle politiche che il governo ha in mente. E’ evidente come in questo senso una responsabilità di livello solo regionale sia alquanto lontana dai cittadini e dalle imprese e rischi di determinare situazioni territoriali troppo diverse tra loro. La maggiore collaborazione a livello locale con l’INPS risulta fondamentale nell’obbiettivo di collegare misure attive e passive per il lavoro,  ma il tentativo di attribuire anche all’INPS funzioni relative allo status di disoccupazione, alle politiche attive ed addirittura all’intermediazione appare poco funzionale ad un corretto assetto delle responsabilità sul territorio, oltre che di dubbia costituzionalità.
Tuttavia non è ancora chiaro, per esempio, il mantenimento alle province delle funzioni dei nuovi centri per l’impiego, magari dotati di risorse e competenze maggiori, ed il rapporto con il sistema delle agenzie per il lavoro. Sono decisioni importanti, che vanno prese in questi mesi, per poter finalmente utilizzare quelle ingenti risorse comunitarie per le politiche attive del lavoro e per lo sviluppo che non riescono ad essere spese per la debolezza del nostro sistema di servizi e l’assenza di responsabilità riconoscibili e verificabili.



Tabella 1.1 Tasso di occupazione (indica la percentuale delle persone che lavorano su quelle che dovrebbero lavorare – occupati 18-65 sulla popolazione attiva)

Media europea 68,6 %
Italia 61,1%
Francia 69 %
Germania 75%

Tabella 1.2 Tasso di disoccupazione giovanile (fascia popolazione 18-29 anni)

Media europea 21 %
Italia 28%
Francia 20 %
Germania 9 %

Tabella 2.1 la classifica delle regioni italiane rispetto alla capacità competitiva complessiva (secondo l’European Competitivennes Index *)

REGIONI POSIZIONE rispetto alla capacità competitiva complessiva posto
Lombardia 95° posto
Emilia-Romagna 120°posto
Lazio 133° posto
Veneto 146° posto
Piemonte 149°posto
Toscana 155° posto
Liguria 170° posto
Friuli V.G. 172° posto
Marche 180° posto
Umbria 181°posto
Provincia Autonoma di Trento 184° posto
Abruzzo 189° posto
Provincia Autonoma di Bolzano 191° posto
Campania 199°posto
Puglia 211° posto
Valle d’Aosta 212° posto
Sicilia 213° posto
Calabria 222° posto
Molise 225° posto
Sardegna 234° posto

(*) L’European Competitivennes Index è il rapporto europeo ufficiale che definisce e valuta l’efficacia delle istituzioni e degli strumenti per il lavoro e la produttività nelle 267 regioni d’Europa


Tabella 2.2 la classifica delle regioni italiane d’Europa rispetto all’efficienza del mercato del lavoro (secondo l’European Competitivennes Index)

REGIONI POSIZIONE rispetto all’efficienza del mercato del lavoro
Provincia Autonoma di Bolzano 32° posto
Emilia-Romagna 69° posto
Valle d’Aosta 76° posto
Provincia Autonoma di Trento 81° posto
Lombardia 97° posto
Veneto 112° posto
Toscana 123° posto
Friuli V.G. 141°posto
Piemonte 148° posto
Liguria 151° posto
Marche 156° posto
Umbria 159° posto
Lazio 200° posto
Abruzzo 212° posto
Molise 245° posto
Sardegna 251° posto
Calabria 257° posto
Puglia 258 posto
Campania 261° posto
Sicilia 262 °posto

La comparazione tra queste due classificazioni econometriche tra le regioni italiane mostra alcuni dati significativi e da valutare con attenzione:
a) la capacità competitiva complessiva delle regioni italiane e la media italiana sono superiori alle valutazioni medie dell’efficienza del mercato del lavoro;
b) l’efficienza del mercato del lavoro italiano in genere è peggiore rispetto al dato della competitività regionale, soprattutto nelle regioni meridionali;
c) i risultati occupazionali dipendono molto dall’efficienza del mercato del lavoro e la regolazione provinciale è un criterio di efficienza;
d) Val d’Aosta, Trento e Bolzano (ai primi posti per occupazione e mediocri come competitività) mostrano come sia possibile creare lavoro senza essere particolarmente competitivi attraverso efficaci servizi legati al territorio;
e) Emilia-Romagna, Veneto, Piemonte e Toscana sono tra le poche regioni italiane con un dato occupazionale migliore di quello economico-competitivo ed hanno efficaci sistemi del lavoro a regolazione provinciale;
f) Lazio, Campania, Abruzzo, Molise e Sicilia sono tra le regioni in cui l’efficienza del mercato del lavoro ed il dato occupazionale peggiorano di molto le potenzialità economiche e la competitività e sono regioni in cui i servizi per il lavoro appaiono poco adeguati ed in cui le province hanno a riguardo meno funzioni.

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