Informazione & aggiornamento

Come far funzionare il Fondo Sociale Europeo

01/10/2013

Come far funzionare il Fondo Sociale Europeo: cosa ci chiede Bruxelles?? Con più di 15 miliardi di euro a disposizione negli ultimi anni e dei quali ad oggi spesi poco più della metà l’Italia si trova in una situazione imbarazzante: lo Stato e le Regioni devono imparare ad...


Come far funzionare il Fondo Sociale Europeo: cosa ci chiede Bruxelles??


Con più di 15 miliardi di euro a disposizione negli ultimi anni e dei quali ad oggi spesi poco più della metà l’Italia si trova in una situazione imbarazzante: lo Stato e le Regioni devono imparare ad usare bene le ingenti risorse assegnate.
Altrimenti saremo costretti a chiedere all’Unione Europea di rivedere la logica dell’intervento a sostegno del lavoro, magari diminuendo le risorse assegnate a quelle regioni, la maggior parte, che in Italia non sembrano in grado di rispondere agli obiettivi ed alle responsabilità che la legge, attraverso il Titolo V della Costituzione , prevede.
L’incapacità di spesa dipende anche dalla scarsa qualità dei nostri interventi e dei servizi presenti sul territorio nazionale che sono chiamati ad erogare le politiche del lavoro e della formazione. Perché sia più chiaro il ruolo del Fondo sociale europeo e cosa in questi anni questo importante strumento ha potuto realizzare è utile che il maggior numero di persone possibile abbia chiara la sua funzione , davvero centrale in questa fase di crisi. Presentiamo nel documento allegato una serie di schede preparate dalla Commissione Europea che spiegano funzioni e funzionamento in questi anni del Fondo Sociale Europeo. Cosa si fa e cosa si dovrebbe fare. Dal documento si evince anche un dato: con più di 15 miliardi di euro a disposizione l’Italia e la Germania sono state le regioni che in questi anni hanno potuto attingere al maggior numero di risorse. Con esiti ben diversi, che fanno riflettere sulla qualità della nostra classe dirigente e degli interventi attivati sul lavoro, sulla formazione e sullo imprenditorialità.


Come far funzionare il Fondo Sociale Europeo: cosa ci chiede Bruxelles??


Con più di 15 miliardi di euro a disposizione negli ultimi anni e dei quali ad oggi spesi poco più della metà l’Italia si trova in una situazione imbarazzante: lo Stato e le Regioni devono imparare ad usare bene le ingenti risorse assegnate.
Altrimenti saremo costretti a chiedere all’Unione Europea di rivedere la logica dell’intervento a sostegno del lavoro, magari diminuendo le risorse assegnate a quelle regioni, la maggior parte, che in Italia non sembrano in grado di rispondere agli obiettivi ed alle responsabilità che la legge, attraverso il Titolo V della Costituzione , prevede.
L’incapacità di spesa dipende anche dalla scarsa qualità dei nostri interventi e dei servizi presenti sul territorio nazionale che sono chiamati ad erogare le politiche del lavoro e della formazione. Perché sia più chiaro il ruolo del Fondo sociale europeo e cosa in questi anni questo importante strumento ha potuto realizzare è utile che il maggior numero di persone possibile abbia chiara la sua funzione , davvero centrale in questa fase di crisi. Presentiamo nel documento allegato una serie di schede preparate dalla Commissione Europea che spiegano funzioni e funzionamento in questi anni del Fondo Sociale Europeo. Cosa si fa e cosa si dovrebbe fare. Dal documento si evince anche un dato: con più di 15 miliardi di euro a disposizione l’Italia e la Germania sono state le regioni che in questi anni hanno potuto attingere al maggior numero di risorse. Con esiti ben diversi, che fanno riflettere sulla qualità della nostra classe dirigente e degli interventi attivati sul lavoro, sulla formazione e sullo imprenditorialità.

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Decalogo dei Diritti

13/09/2013

Il sindacato presenta il Decalogo dei diritti: “un complesso di proposte elaborate insieme a molte associazioni professionali”, con “la necessità di garantire le tutele sociali a tutti i lavoratori indipendentemente dalle loro modalità d’impiego” Un esercito fatto di oltre...


Il sindacato presenta il Decalogo dei diritti: “un complesso di proposte elaborate insieme a molte associazioni professionali”, con “la necessità di garantire le tutele sociali a tutti i lavoratori indipendentemente dalle loro modalità d’impiego”



Un esercito fatto di oltre 4,3 milioni di persone, con un reddito annuo medio pari a poco più di 9 mila euro. Sono i lavoratori cosiddetti ‘professionisti’, vittime per la gran parte di diseguaglianze, in termini di genere, e di ingiustizie, come la mancanza di ammortizzatori sociali. In occasione della due giorni della conferenza d’indirizzo della ‘Consulta del Lavoro Professionale’ promossa dalla Cgil con il titolo “Diritti e rappresentanza nel lavoro professionale”, il sindacato fornisce una fotografia delle professioni in Italia. Un quadro di riferimento “inedito e preoccupante” che l’organizzazione guidata da Susanna Camusso vuole affrontare attraverso il ‘Decalogo dei diritti’, ovvero “un complesso di proposte elaborate insieme a moltissime associazioni professionali” e con “la necessità di garantire, anche attraverso la contrattazione collettiva, le tutele sociali a tutti i lavoratori indipendentemente dalle loro modalità d’impiego”.
La Cgil, nell’elaborazione del decalogo dei diritti, ricostruisce nei numeri il fenomeno dei professionisti in Italia. Esclusi i parasubordinati e le imprese, i lavoratori che nel nostro paese svolgono attività autonome senza dipendenti sono 3.369.000. A questi lavoratori a partita Iva individuale vanno aggiunti 962.428 parasubordinati esclusivi (coloro che non hanno altre attività e non sono in pensione) e 21.101 lavoratori con redditi esclusivi da cessione di diritti d’autore. Per un totale di lavoratori autonomi, individuali e parasubordinati, secondo dati della Consulta Professioni della Cgil, pari a 4.352.529. Nel dettaglio inoltre il sindacato sottolinea come i dati  dell’Osservatorio sul lavoro atipico dimostrano che il fenomeno dell’abuso nel lavoro autonomo individuale (partite iva individuali esclusi i collaboratori e le imprese) “non è prevalente e si attesta attorno al 10% qualsiasi sia l’indicatore di subordinazione che si prende a riferimento”.
E quanto guadagna questo esercito di professionisti?Secondo i dati della Cgil il reddito netto annuo medio di un lavoratore con partita Iva è di 9.041,28 euro, quello mensile è di 753, 44. Infatti, la media dei compensi lordi dei lavoratori con partita Iva iscritti alla gestione separata Inps è di 18.836 euro annui. Inoltre, ricorda il sindacato, un lavoratore con partita Iva che guadagna 1.000 euro lordi al mese, oggi ha un reddito netto disponibile di 545 euro e, se fosse confermato l’aumento delle aliquote Inps decise dai precedenti governi, il reddito si ridurrebbe a 485 euro mensili.  Numeri che nascondono secondo il sindacato “diseguaglianze e ingiustizie”perpetrate nei confronti dei professionisti. Tra queste la constatazione che le donne guadagnano meno dei colleghi maschi. Tra i professionisti con partita Iva, spiega il sindacato, “si nota una vistosa differenza di genere nelle retribuzioni fra donne e uomini, in media 6 mila euro. Anche tra le donne parasubordinate le differenze retributive rispetto gli uomini appaiono ingiustificate e inaccettabili: ad esempio, le donne nella fascia d’età tra 40 e 59 anni percepiscono 13 mila euro di compenso in meno rispetto ai maschi”. Per un altro versante, invece, la Cgil nota come in questi anni siano calati drasticamente i posti di lavoro a fronte di nessun ammortizzatore sociale. “Ai 208 mila posti da collaborazione persi nel quinquennio fino al 2011 vanno aggiunti, secondo l’Istat, 132 mila rapporti di contratto a progetto persi tra l’ultimo trimestre 2012 e il primo semestre 2013 dopo la riforma del Lavoro. Una quota rilevante di questi posti si è trasformata in lavoro nero, una parte in partite Iva individuali e altri ancora in disoccupazione. Questa perdita di lavoro ha riguardato lavoratori spesso laureati e/o giovani che, per giunta, non hanno avuto nessun ammortizzatore sociale durante tutta la crisi”.
Il ‘Decalogo dei diritti’, interventi per migliorare le condizioni di lavoro e valorizzare le professionalità
Da queste considerazioni la decisione della Cgil di dare vita, “insieme ai lavoratori interessati e alle loro associazioni”, al‘Decalogo dei diritti’. Una serie di interventi concreti “per migliorare le condizione di lavoro e valorizzare le professionalità presenti in questo mondo, per garantire le tutele sociali a tutti i lavoratori, indipendentemente dalle modalità di lavoro”. Il tutto con l’obiettivo di fornire risposte concrete alle esigenze dei lavoratori professionisti, a partire dall’affidare alla‘contrattazione inclusiva’, e non solo alla legge, un ruolo decisivo per affrontare questa emergenza facendosi carico della ricerca delle possibili soluzioni.
Sul fronte ‘previdenza’, invece, “mantenendo ferma la scelta per un sistema previdenziale pubblico che va preservato e uniformato, esistono delle precondizioni invalicabili, senza le quali non è possibile procedere ad allineare la contribuzione per le partite Iva iscritte alla gestione separata a quella degli altri lavoratori iscritti all’Inps. Precondizioni che riguardano l’introduzione di compensi minimi equi per evitare, come già avviene, di scaricare unicamente sui lavoratori tutto il costo previdenziale riducendo ulteriormente il loro reddito netto”.
Sul tema delle ‘tutele sociali universali’, ovvero indennità di malattia, maternità e congedi parentali, “vanno rese effettive tali tutele rivedendo le modalità d’attuazione e di verifica dell’Inps che oggi scoraggiano o impediscono l’accesso a queste prestazioni sociali”. Quanto agli ‘ammortizzatori sociali’, secondo la Cgil “è necessario fare in modo che i collaboratori a progetto possano usufruire della ‘Mini Aspi’ allargando la contribuzione per la disoccupazione involontaria ai loro committenti”. Contestualmente, aggiunge, “è indispensabile allargare l’indennità di disoccupazione prevista dal cosiddetto ‘Bonus Precari’ a tutte le altre tipologie di lavoro iscritte in via esclusiva alla gestione separata Inps e all’ex Enpals, a partire da chi opera con partita Iva”.
Per quanto riguarda invece il ‘mercato del lavoro’, secondo l’organizzazione di corso d’Italia, “alla contrattazione collettiva deve essere affidato il compito di individuare tempi di applicazione e modalità attuative della riforma Fornero sia per estendere concretamente le tutele a tutti i lavoratori, sia per salvaguardare i livelli occupazionali. Occorre inoltre abrogare la norma sulle partite Iva della legge 92/2012 e usare gli stessi criteri di connotazione del lavoro autonomo per tutte le forme di lavoro non subordinato”. E infine, sul ‘fisco’ è necessario “ripristinare il regime dei contribuenti minimi introdotto dal governo Prodi e ridotto fortemente da Tremonti. Si è passati, infatti, dagli oltre 600 mila contribuenti minimi del 2010, ai 57 mila a regime. Questa sola misura aiuterebbe almeno 500 mila persone a non chiudere l’attività e per molti a riaprirla”


Il sindacato presenta il Decalogo dei diritti: “un complesso di proposte elaborate insieme a molte associazioni professionali”, con “la necessità di garantire le tutele sociali a tutti i lavoratori indipendentemente dalle loro modalità d’impiego”



Un esercito fatto di oltre 4,3 milioni di persone, con un reddito annuo medio pari a poco più di 9 mila euro. Sono i lavoratori cosiddetti ‘professionisti’, vittime per la gran parte di diseguaglianze, in termini di genere, e di ingiustizie, come la mancanza di ammortizzatori sociali. In occasione della due giorni della conferenza d’indirizzo della ‘Consulta del Lavoro Professionale’ promossa dalla Cgil con il titolo “Diritti e rappresentanza nel lavoro professionale”, il sindacato fornisce una fotografia delle professioni in Italia. Un quadro di riferimento “inedito e preoccupante” che l’organizzazione guidata da Susanna Camusso vuole affrontare attraverso il ‘Decalogo dei diritti’, ovvero “un complesso di proposte elaborate insieme a moltissime associazioni professionali” e con “la necessità di garantire, anche attraverso la contrattazione collettiva, le tutele sociali a tutti i lavoratori indipendentemente dalle loro modalità d’impiego”.
La Cgil, nell’elaborazione del decalogo dei diritti, ricostruisce nei numeri il fenomeno dei professionisti in Italia. Esclusi i parasubordinati e le imprese, i lavoratori che nel nostro paese svolgono attività autonome senza dipendenti sono 3.369.000. A questi lavoratori a partita Iva individuale vanno aggiunti 962.428 parasubordinati esclusivi (coloro che non hanno altre attività e non sono in pensione) e 21.101 lavoratori con redditi esclusivi da cessione di diritti d’autore. Per un totale di lavoratori autonomi, individuali e parasubordinati, secondo dati della Consulta Professioni della Cgil, pari a 4.352.529. Nel dettaglio inoltre il sindacato sottolinea come i dati  dell’Osservatorio sul lavoro atipico dimostrano che il fenomeno dell’abuso nel lavoro autonomo individuale (partite iva individuali esclusi i collaboratori e le imprese) “non è prevalente e si attesta attorno al 10% qualsiasi sia l’indicatore di subordinazione che si prende a riferimento”.
E quanto guadagna questo esercito di professionisti?Secondo i dati della Cgil il reddito netto annuo medio di un lavoratore con partita Iva è di 9.041,28 euro, quello mensile è di 753, 44. Infatti, la media dei compensi lordi dei lavoratori con partita Iva iscritti alla gestione separata Inps è di 18.836 euro annui. Inoltre, ricorda il sindacato, un lavoratore con partita Iva che guadagna 1.000 euro lordi al mese, oggi ha un reddito netto disponibile di 545 euro e, se fosse confermato l’aumento delle aliquote Inps decise dai precedenti governi, il reddito si ridurrebbe a 485 euro mensili.  Numeri che nascondono secondo il sindacato “diseguaglianze e ingiustizie”perpetrate nei confronti dei professionisti. Tra queste la constatazione che le donne guadagnano meno dei colleghi maschi. Tra i professionisti con partita Iva, spiega il sindacato, “si nota una vistosa differenza di genere nelle retribuzioni fra donne e uomini, in media 6 mila euro. Anche tra le donne parasubordinate le differenze retributive rispetto gli uomini appaiono ingiustificate e inaccettabili: ad esempio, le donne nella fascia d’età tra 40 e 59 anni percepiscono 13 mila euro di compenso in meno rispetto ai maschi”. Per un altro versante, invece, la Cgil nota come in questi anni siano calati drasticamente i posti di lavoro a fronte di nessun ammortizzatore sociale. “Ai 208 mila posti da collaborazione persi nel quinquennio fino al 2011 vanno aggiunti, secondo l’Istat, 132 mila rapporti di contratto a progetto persi tra l’ultimo trimestre 2012 e il primo semestre 2013 dopo la riforma del Lavoro. Una quota rilevante di questi posti si è trasformata in lavoro nero, una parte in partite Iva individuali e altri ancora in disoccupazione. Questa perdita di lavoro ha riguardato lavoratori spesso laureati e/o giovani che, per giunta, non hanno avuto nessun ammortizzatore sociale durante tutta la crisi”.
Il ‘Decalogo dei diritti’, interventi per migliorare le condizioni di lavoro e valorizzare le professionalità
Da queste considerazioni la decisione della Cgil di dare vita, “insieme ai lavoratori interessati e alle loro associazioni”, al‘Decalogo dei diritti’. Una serie di interventi concreti “per migliorare le condizione di lavoro e valorizzare le professionalità presenti in questo mondo, per garantire le tutele sociali a tutti i lavoratori, indipendentemente dalle modalità di lavoro”. Il tutto con l’obiettivo di fornire risposte concrete alle esigenze dei lavoratori professionisti, a partire dall’affidare alla‘contrattazione inclusiva’, e non solo alla legge, un ruolo decisivo per affrontare questa emergenza facendosi carico della ricerca delle possibili soluzioni.
Sul fronte ‘previdenza’, invece, “mantenendo ferma la scelta per un sistema previdenziale pubblico che va preservato e uniformato, esistono delle precondizioni invalicabili, senza le quali non è possibile procedere ad allineare la contribuzione per le partite Iva iscritte alla gestione separata a quella degli altri lavoratori iscritti all’Inps. Precondizioni che riguardano l’introduzione di compensi minimi equi per evitare, come già avviene, di scaricare unicamente sui lavoratori tutto il costo previdenziale riducendo ulteriormente il loro reddito netto”.
Sul tema delle ‘tutele sociali universali’, ovvero indennità di malattia, maternità e congedi parentali, “vanno rese effettive tali tutele rivedendo le modalità d’attuazione e di verifica dell’Inps che oggi scoraggiano o impediscono l’accesso a queste prestazioni sociali”. Quanto agli ‘ammortizzatori sociali’, secondo la Cgil “è necessario fare in modo che i collaboratori a progetto possano usufruire della ‘Mini Aspi’ allargando la contribuzione per la disoccupazione involontaria ai loro committenti”. Contestualmente, aggiunge, “è indispensabile allargare l’indennità di disoccupazione prevista dal cosiddetto ‘Bonus Precari’ a tutte le altre tipologie di lavoro iscritte in via esclusiva alla gestione separata Inps e all’ex Enpals, a partire da chi opera con partita Iva”.
Per quanto riguarda invece il ‘mercato del lavoro’, secondo l’organizzazione di corso d’Italia, “alla contrattazione collettiva deve essere affidato il compito di individuare tempi di applicazione e modalità attuative della riforma Fornero sia per estendere concretamente le tutele a tutti i lavoratori, sia per salvaguardare i livelli occupazionali. Occorre inoltre abrogare la norma sulle partite Iva della legge 92/2012 e usare gli stessi criteri di connotazione del lavoro autonomo per tutte le forme di lavoro non subordinato”. E infine, sul ‘fisco’ è necessario “ripristinare il regime dei contribuenti minimi introdotto dal governo Prodi e ridotto fortemente da Tremonti. Si è passati, infatti, dagli oltre 600 mila contribuenti minimi del 2010, ai 57 mila a regime. Questa sola misura aiuterebbe almeno 500 mila persone a non chiudere l’attività e per molti a riaprirla”

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YOUTH GUARANTEE

03/08/2013

In un Paese normale i dati della crisi occupazionale e le analisi impietose sul funzionamento del nostro sistema dei Servizi per il Lavoro negli ultimi quindici anni avrebbero già portato a mettere mano all’architettura del sistema stesso, modificandone i principali elementi di...


In un Paese normale i dati della crisi occupazionale e le analisi impietose sul funzionamento del nostro sistema dei Servizi per il Lavoro negli ultimi quindici anni avrebbero già portato a mettere mano all’architettura del sistema stesso, modificandone i principali elementi di debolezza e di inefficienza.


In un Paese normale gli investimenti realizzati, le politiche e le azioni sviluppate dai diversi soggetti pubblici e privati del settore sarebbero state oggetto di analisi, di confronto, di valutazione e si sarebbe deciso su basi oggettive quali sono gli investimenti che in misura maggiore producono risultati in termini di lotta alla disoccupazione, si sarebbero replicate le azioni risultate più produttive, si sarebbero sviluppate le politiche dimostratesi più efficaci.
In un Paese normale di fronte al dato terrificante di 3,5 milioni di persone disoccupate si sarebbe accantonato qualsiasi residuo di gelosia istituzionale, qualsiasi tentativo di salvaguardia ad ogni costo della propria autonomia, qualsiasi pretesa di essere sempre e comunque “gli unici, i migliori ed i più bravi” per unire le forze, a tutti i livelli istituzionali, nel tentativo di fare tutto il possibile ed il meglio possibile per contrastare il fenomeno.
Ma noi non siamo un Paese normale e tutto questo non è avvenuto. Noi non siamo un Paese normale e drammaticamente tutto questo ancora una volta non sta avvenendo.
Il programma Youth Guarantee, per quanto limitato ad una fascia specifica di persone disoccupate, rappresenta un’ennesima occasione per fare squadra, per mettere mano al sistema, per individuare modalità d’azione comuni ed efficaci. Un’occasione che sarebbe imperdonabile gettare al vento se anche fossimo in una situazione occupazionale ed economica normale; che diviene criminale non sfruttare di fronte al dramma sociale ed economico che questo Paese sta vivendo.
Quello che assolutamente non può essere fatto con le risorse messe a disposizione dal programma Youth Guarantee è di limitarsi a distribuirle tra le Regioni, permettendo il procrastinarsi di tutti i fenomeni negativi che abbiamo visto concretizzarsi in questi anni: totale disparità di servizi tra le diverse zone del Paese; sprechi; risorse non utilizzate e restituite alla Commissione Europea; progetti faraonici, immaginifici, pretenziosi e puntualmente fallimentari; qualche ottima iniziativa comunque rimasta isolata e mai utilizzata come buona pratica da esportare nelle altre Regioni. E l’elenco potrebbe impietosamente proseguire.
La Commissione al riguardo, per usare una metafora calcistica, ci propone uno “splendido assist”: impone per l’utilizzo delle risorse del Programma standard di servizio (per esempio la tempistica entro cui ogni giovane disoccupato preso in carico dai servizi deve essere inviato al lavoro o ad un esperienza propedeutica al lavoro) del tutto inarrivabili per la gran parte del nostro sistema (dovremmo dire dei nostri “tanti sistemi”) di servizi al lavoro.
Il Governo ha correttamente proposto e istituito una Struttura di Missione centrale per la gestione dell’iniziativa. Le difficoltà con cui tale struttura sta avviando il proprio lavoro, le divisioni tra le Regioni (compatte sempre e solo nel dire “no” ad ogni proposta tesa ad armonizzare i sistemi di servizio e ad introdurre meccanismi di verifica e controllo di rispetto degli impegni), il contesto normativo reso oggettivamente impraticabile da quella follia istituzionale rappresentata dal “Titolo V” fanno si che sia difficile essere ottimisti circa il risultato finale.
In un Paese normale si sarebbe da tempo messa mano alla Governance del settore per eliminarne le storture. In un Paese che cerca disperatamente di diventare normale si provi almeno a partire “dalle cose da fare” per organizzare una risposta seria, concreta e decorosa alla domanda pressante di opportunità e di lavoro che proviene da centinaia di migliaia di giovani.
Nelle prossime settimane gli interventi e le interviste che saranno ospitate dal Magazine saranno proprio prevalentemente rivolti al tema della “governance” del settore dei servizi al lavoro e, inaugurando un per noi nuovo filone di discussione, anche agli approcci macro-economici che si propongono come finalità non solo ed unicamente il rispetto dei parametri finanziari e di bilancio ma anche il rilancio dell’occupazione ed il miglioramento della qualità della vita dei popoli europei.
Per saperne di più scarica il documento:


In un Paese normale i dati della crisi occupazionale e le analisi impietose sul funzionamento del nostro sistema dei Servizi per il Lavoro negli ultimi quindici anni avrebbero già portato a mettere mano all’architettura del sistema stesso, modificandone i principali elementi di debolezza e di inefficienza.


In un Paese normale gli investimenti realizzati, le politiche e le azioni sviluppate dai diversi soggetti pubblici e privati del settore sarebbero state oggetto di analisi, di confronto, di valutazione e si sarebbe deciso su basi oggettive quali sono gli investimenti che in misura maggiore producono risultati in termini di lotta alla disoccupazione, si sarebbero replicate le azioni risultate più produttive, si sarebbero sviluppate le politiche dimostratesi più efficaci.
In un Paese normale di fronte al dato terrificante di 3,5 milioni di persone disoccupate si sarebbe accantonato qualsiasi residuo di gelosia istituzionale, qualsiasi tentativo di salvaguardia ad ogni costo della propria autonomia, qualsiasi pretesa di essere sempre e comunque “gli unici, i migliori ed i più bravi” per unire le forze, a tutti i livelli istituzionali, nel tentativo di fare tutto il possibile ed il meglio possibile per contrastare il fenomeno.
Ma noi non siamo un Paese normale e tutto questo non è avvenuto. Noi non siamo un Paese normale e drammaticamente tutto questo ancora una volta non sta avvenendo.
Il programma Youth Guarantee, per quanto limitato ad una fascia specifica di persone disoccupate, rappresenta un’ennesima occasione per fare squadra, per mettere mano al sistema, per individuare modalità d’azione comuni ed efficaci. Un’occasione che sarebbe imperdonabile gettare al vento se anche fossimo in una situazione occupazionale ed economica normale; che diviene criminale non sfruttare di fronte al dramma sociale ed economico che questo Paese sta vivendo.
Quello che assolutamente non può essere fatto con le risorse messe a disposizione dal programma Youth Guarantee è di limitarsi a distribuirle tra le Regioni, permettendo il procrastinarsi di tutti i fenomeni negativi che abbiamo visto concretizzarsi in questi anni: totale disparità di servizi tra le diverse zone del Paese; sprechi; risorse non utilizzate e restituite alla Commissione Europea; progetti faraonici, immaginifici, pretenziosi e puntualmente fallimentari; qualche ottima iniziativa comunque rimasta isolata e mai utilizzata come buona pratica da esportare nelle altre Regioni. E l’elenco potrebbe impietosamente proseguire.
La Commissione al riguardo, per usare una metafora calcistica, ci propone uno “splendido assist”: impone per l’utilizzo delle risorse del Programma standard di servizio (per esempio la tempistica entro cui ogni giovane disoccupato preso in carico dai servizi deve essere inviato al lavoro o ad un esperienza propedeutica al lavoro) del tutto inarrivabili per la gran parte del nostro sistema (dovremmo dire dei nostri “tanti sistemi”) di servizi al lavoro.
Il Governo ha correttamente proposto e istituito una Struttura di Missione centrale per la gestione dell’iniziativa. Le difficoltà con cui tale struttura sta avviando il proprio lavoro, le divisioni tra le Regioni (compatte sempre e solo nel dire “no” ad ogni proposta tesa ad armonizzare i sistemi di servizio e ad introdurre meccanismi di verifica e controllo di rispetto degli impegni), il contesto normativo reso oggettivamente impraticabile da quella follia istituzionale rappresentata dal “Titolo V” fanno si che sia difficile essere ottimisti circa il risultato finale.
In un Paese normale si sarebbe da tempo messa mano alla Governance del settore per eliminarne le storture. In un Paese che cerca disperatamente di diventare normale si provi almeno a partire “dalle cose da fare” per organizzare una risposta seria, concreta e decorosa alla domanda pressante di opportunità e di lavoro che proviene da centinaia di migliaia di giovani.
Nelle prossime settimane gli interventi e le interviste che saranno ospitate dal Magazine saranno proprio prevalentemente rivolti al tema della “governance” del settore dei servizi al lavoro e, inaugurando un per noi nuovo filone di discussione, anche agli approcci macro-economici che si propongono come finalità non solo ed unicamente il rispetto dei parametri finanziari e di bilancio ma anche il rilancio dell’occupazione ed il miglioramento della qualità della vita dei popoli europei.
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Niente competenze, niente competizione

10/05/2013

Niente competenze, niente competizione: l’impatto delle competenze snodo per tornare a crescere. Una delle contraddizioni più evidenti del sistema Italia è rappresentata dalla crescente importanza delle competenze, della preparazione e della formazione dei lavoratori e di chi...


Niente competenze, niente competizione: l’impatto delle competenze snodo per tornare a crescere.


Una delle contraddizioni più evidenti del sistema Italia è rappresentata dalla crescente importanza delle competenze, della preparazione e della formazione dei lavoratori e di chi cerca lavoro per la nostra economia e da una inadeguata considerazione di questa centralità nelle scelte delle politiche economiche e del lavoro. Il fatto che il ruolo del capitale umano non sia stato al centro delle politiche industriali ed economiche è un aspetto di fondo delle scelte che hanno portato l’Italia a mancare nell’ultimo decenniop tutti gli obiettivi di crescita.
Il nostro sistema produttivo è peraltro caratterizzato da reti di piccole imprese con forti vocazioni che si basano su saperi e conoscenze ben  definite, in parte non tradotte da percorsi formativi di tipo formale perché ereditate da tradizioni più antiche o perché legate ad un approccio “ informale” e dinamico. Per non parlare delle eccellenze dei distretti del Made in Italy che, dall’agroalimentare alla moda, trovano il loro punto di forza nella originalità e nello stile di un prodotto che necessariamente è il risultato di competenze, capacità, conoscenze specifiche e dell’apporto fondamentale di un capitale umano e di saperi che a loro volta, per generare “ stile” , devono possederlo in termini di cultura, tecniche, atteggiamento mentale e di apprendimento.
Tutto questo dovrebbe portare i decisori delle politiche a mettere al primo posto delle nostre scelte di politica per lo sviluppo proprio il “ saper fare” , inteso nella costruzione diffusa di opportunità di formazione e conoscenze in grado di generare quelle competenze necessarie per determinare, attraverso la capacità degli individui ( per mutuare un termine dal pensiero del premio Nobel Amartya Sen) , la capacità competitiva dei territori.
In questi anni invece il declino italiano in termini di opportunità e di crescita ( siamo il paese europeo che negli ultimi anni è cresciuto meno) è coinciso con una attenzione al tema delle competenze e degli investimenti in conoscenza, ricerca e formazione del tutto inadeguata.
E’ quindi evidente come una delle ragioni di fondo dei problemi della società e dell’economia italiana stia proprio nella inadeguata capacità di governo e di promozione degli interventi per la crescita e diffusione di quelle competenze che sono fondamentali per l’occupazione e per lo sviluppo. Se consideriamo poi gli snodi del funzionamento, i meccanismi che collegano gli interventi per le competenze ai risultati, il dato critico del sistema Italia è proprio il collegamento tra le competenze ed il mercato del lavoro. I dati che testimoniano queste osservazioni sono davvero tanti.
Proviamo a valutare questo tema dal punto di vista del sistema di governo.
Se consideriamo la spesa per formazione e per innovazione ( distinta nelle diverse voci) e la capacità di questi investimenti di generare occupazione misurata secondo l’indice europeo della capacità competitiva ( European competitiveness index) l’Italia ha una delle peggiori performance in Europa. Siamo dietro paesi come la Francia e la Germania. In particolare viene stigmatizzata ed evidenziata nei report europei la presenza di una capacità di intervento ben diversa da regione a regione. In questo senso la scelta del legislatore italiano quasi quindici anni fa, all’inizio della stagione dei fondi europei per la coesione economica e sociale, di affidare quasi completamente il governo e  la programmazione dell’offerta formativa alle regioni ha prodotto sistemi dotati di qualità e di capacità di intervento del tutto diverse. Tuttavia le eccellenze in questo senso sono davvero poche: secondo gli osservatori dell’Unione Europea sono solo 4 su 20 le regioni italiane che hanno promosso politiche formative e del lavoro in grado di dare un contributo positivo alla crescita economica. Un altro aspetto di questa difficoltà è dato dalla ancora poco diffusa capacità di integrare le risorse pubbliche con quelle dei fondi interprofessionali per la formazione continua, ed in generale di promuovere una offerta formativa in grado di tener conto, di essere necessariamente connessa alla valutazione dei fabbisogni delle imprese. Non è un caso che molti scandali nelle regioni italiane in questi anni riguardino proprio la gestione delle risorse per la formazione. La critica diffusa, ormai diventata un vero e proprio luogo comune, considera la formazione erogata con fondi pubblici uno strumento che ha come obiettivo prioritario il trasferimento di risorse agli enti erogatori, più che la promozione di competenze utili per i disoccupati ed i lavoratori. In questi anni ci sono stati comunque miglioramenti e sono stati adottati da alcune regioni meccanismi di gestione degli interventi rigorosi e di misurazione dei risultati. Non è un dato comune e diffuso ed il fatto che l’Unione Europea imponga il controllo sui risultati e la qualità progettuale costituisce uno dei motivi della incapacità di spesa di tante regioni italiane. Desta davvero stupore il fatto che nel dibattito politico italiano, forse attento ai tagli più che ai risultati, non ci sia nessuna riflessione sulle forti difficoltà del modello regionalista di intervento sul capitale umano e sul mercato del lavoro e come questo assetto istituzionale vada cambiato, perché possa dare risultati migliori. Se consideriamo la formazione continua, ci troviamo di fronte a dati allarmanti, come evidenziato da diversi report. Il sistema pubblico di formazione continua ha capacità di intervento completamente diverse da regione a regione. L’abitudine alla promozione di interventi integrati con il sistema privato dei fondi interprofessionali non è diffusa e l’intervento che si è promosso in questi anni per il sostegno ai lavoratori con ammortizzatori sociali in deroga si è rivelato in generale poco utile ed in ogni caso ha prodotto risultati tra loro non comparabili. Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Toscana sono le uniche regioni che hanno saputo rispondere a questa sfida, ma il dato nazionale resta grave ed inadeguato. Inoltre il sistema dei fondi interprofessionali in Italia è meno sostenuto rispetto all’estero ed è caratterizzato da una parcellizzazione estrema : con molti fondi costituiti dalle diverse categorie, dei quali solo i principali hanno le necessarie caratteristiche di consistenza ed organizzazione tali da determinare buoni risultati. In ogni caso se un lavoratore tedesco trascorre in media un intero anno della sua vita lavorativa in formazione, per il lavoratore italiano la media della partecipazione alle iniziative di formazione è poco superiore ad un mese. Un dato emblematico, di un fenomeno che anche in questo caso vede Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna accaparrarsi da sole più del cinquanta per cento dei fondi disponibili. I maggiori fondi interprofessionali stanno prendendo le contromisure, ma la sfida è tutta da giocare. Questo quadro spiega molte delle inefficienze del nostro sistema e del perché l’Italia non crea lavoro e si è reso possibile in ragione di una sostanziale latitanza delle programmazione integrata tra lavoro, sviluppo e formazione a livello nazionale. Basti sapere che la riflessione del governo con le regioni sugli orientamenti comuni, gli standard, la garanzia dei livelli delle prestazioni, la verifica dei risultati e la premialità è abbastanza recente. La stessa legge 92 ( riforma Fornero ) prevede un sistema di norme volto a coordinare e promuovere l’apprendimento permanente e a definire strumenti per le reti dei servizi del lavoro e della formazione sul territorio. Sono tuttavia norme la cui portata è davvero tutta da verificare, anche per il rischio che, se salta il nodo del livello istituzionale provinciale, in termini di promozione degli interventi e dei servizi per la formazione e per l’impiego, sia poi del tutto da ricostruire il sistema dell’erogazione sul territorio dell’offerta formativa collegata al lavoro.
Esiste poi il tema generale, con cui si confronta l’Europa: passare dalla formazione intesa come saperi codificati nelle discipline tradizionali alla competenze, intese come capacità e conoscenze in grado di risolvere problemi e di svolgere compiti. Si tratta proprio del paradigma formativo del nuovo secolo.  Hic Rodhus, hic salta, direbbero gli antichi. Questo è il punto da affrontare e gli aspetti da decidere sono davvero palesi e mostrano un ritardo che è uno dei ritardi italiani rispetto alla crescita, ancor prima che rispetto all’Europa.
La polarizzazione dei saperi
Il rapporto curato dall’ISFOL per il Ministero del lavoro italiano sulle competenze necessarie all’economia ed alla crescita entra nel dettaglio delle questioni da affrontare, in modo lucido ed offrendo dati, mostrando fenomeni, chiarendo aspetti importanti. E’ utile innanzitutto considerare le previsioni occupazionali ( dati Cedefop) : i dati del 2012 mostrano come in Europa emerga una crescita delle professioni caratterizzate da competenze elevate e come il registro della competenza costituisca una chiave fondamentale per l’efficacia delle politiche del lavoro. Si sta definendo un sistema binario, fortemente polarizzato, che vede la diminuzione dello spazio delle professioni con competenze intermedie o poco specialistiche e la crescita ai due lati delle professioni con alte competenze e di quelle con competenze elementari. Si tratta di un cambiamento economico che può produrre rischi forti di separazione e disagio sociale e che peraltro non appare ancora adeguatamente affrontato dagli Stati nazionali, tesi in questa fase ad affrontare soprattutto l’emergenza finanziaria ed il problema del debito.  La polarizzazione del lavoro creerà nuovi fenomeni, con un evidente impatto nella tenuta sociale e nella stessa organizzazione della rappresentanza e della democrazia. E’ questo uno dei temi chiave del nuovo secolo: la dialettica tra detentori o meno di competenze.
Un altro aspetto interessante, segnalato dai ricercatori, è lo sviluppo di professionalità non routinarie, ossia non rimpiazzabili dall’innovazione tecnologica. E’ evidente peraltro che in questa fase la domanda di competenze elevate è inferiore alla offerta, fenomeno riscontrabile in Italia in modo particolarmente evidente, con i noti rischi di sottoinquadramento. Il rapporto tra titolo di studio ed occupazione mostra come il sottoinquadramento sia diffuso : se confrontiamo i dati prima e dopo la crisi, man mano cresce il titolo di studio diminuisce il tasso di disoccupazione, anche se valutiamo la differenza del dato tra uomini e donne. Poiché nello stesso periodo è aumentato il lavoro di minore qualità e diminuito quello di maggiore qualità, appare evidente come molti diplomati e laureati italiani svolgano mansioni inferiori rispetto al titolo di studio ed in molti casi anche rispetto alle competenze acquisite.
E’ chiaro che la capacità competitiva dell’economia italiana dipende molto dalla connessione tra il nostro sistema produttivo e la domanda di competenze più elevate che è presente nel resto d’Europa. Ad oggi l’Italia è purtroppo ancora disallineata rispetto al trend europeo : con il polo delle competenze elevate che è fermo o cala e quello delle competenze elementari che invece cresce. Questo è uno degli snodi da affrontare : poiché il sistema Italia non “ premia” le competenze elevate da alcuni anni assistiamo ad una fuga delle competenze nei paesi europei più premianti e ad una pericolosa diminuzione del livello medio delle competenze. Si tratta di una china pericolosa, che rischia di indebolire il sistema economico e di farci trovare impreparati nel momento della possibile ripresa, che sarà infatti dominata dai Paesi in grado di determinare e richiedere la presenza di competenze diffuse ed articolate. Niente competenze, niente competizione.
Nel rapporto ISFOL a questo proposito leggiamo che : “ il meccanismo virtuoso che rende incentivante l’investimento in capitale umano sia per i lavoratori che per le imprese ( ed in ultima analisi per l’intero sistema) sembra aver subito un rallentamento nel nostro Paese, allontanandolo dai principali competitors dell’area continentale.”.
L’aumento del peso specifico del terziario nell’economia italiana rende in particolare fondamentale creare un aumento nelle competenze in questo macrosettore, centrale per determinare il salto di qualità dell’intero sistema.
Solo una forte dinamica di investimento che parta dai servizi per coinvolgere il manifatturiero tradizionale delle piccole imprese può infatti determinare un aumento della domanda di competenze elevate.
In ogni caso gli anni della crisi mostrano come i paesi europei affrontino la polarizzazione delle competenze con contesti e fenomeni diversi : Francia, Regno Unito e Germania hanno un buon aumento sia delle alte competenze che di quelle elementari, Spagna e Grecia hanno una diminuzione complessiva delle competenze in ogni ambito, ma che incide di più sulle alte, mentre in Italia il dato dell’aumento delle professioni elementari ed il calo delle elevate è un fenomeno tanto evidente quanto pericoloso. E’ chiaro come questa lettura legga i fenomeni, facendoci cogliere una delle note di fondo con cui suona la crisi italiana : bassa qualità del lavoro che corrisponde a stagnazione e ad un paese ripiegato su se stesso e che non crea opportunità, ma ripropone logiche familistiche, assistenziali o neo corporative come soluzioni sbagliate.
L’innesto su questo sistema  chiuso e a basso valore aggiunto di mere risorse aggiuntive derivante da nuovi investimenti pubblici, come è auspicato da tanti economisti neo kynesiani, rischia peraltro di determinare un aumento della spesa non legato ad un incremento della domanda di competenze.
Il punto quindi non è solo aumentare gli investimenti per la formazione ed il lavoro, allontanandoci opportunamente dalla falsa convinzione neoliberista che il mercato si autorevoli , ma anche saper collegare questi investimenti a servizi innovativi in grado di generare quell’aumento di qualità e di opportunità che consentirebbe di allinearci all’aumento della domanda di competenze che troviamo nell’Europa che funziona. Se non funzionano i tagli indistinti, anche la spesa indistinta può essere dannosa.
Il confronto europeo delle competenze
E’ utile cogliere nella promozione della qualità del lavoro attraverso le competenze una delle modalità di fondo che ci permettono ci capire come i diversi paesi europei hanno reagito rispetto alla crisi e quale sia stata tra il 2007 ed il 2012 l’evoluzione dei rispettivi mercati del lavoro.
In generale il dato di fondo è determinato dal fatto che l’Europa a 27 ha provato a rispondere alla crisi investendo sulle competenze: se consideriamo la variazione media annua in questi anni le competenze elevate sono aumentate, mentre quelle medie e basse sono diminuite. Si tratta del dato medio e la valutazione è confortante: si esce dalla crisi attraverso una maggiore qualità del lavoro. Tuttavia le differenze tra le scelte dei paesi europei sono macroscopiche. In Germania ed in Francia cresce l’occupazione comunque, con un peso delle competenze elevate che è molto maggiore rispetto alle altre, in Portogallo e nel Regno Unito crescono solo le professioni elevate e cala l’occupazione di medio e basso livello, mentre in Irlanda, Grecia e Spagna cala ogni tipo di occupazione. L’Italia, come si è detto, vive l’anomalia di un quinquennio di crisi in cui cala l’occupazione di medio ed alto livello, ma aumenta quella di basso livello. Attenzione alla lettura del dato: l’Italia non è allineata con l’Europa a 27, anzi fa proprio il contrario ! Il sistema economico italiano rispetto alla crisi risponde in modo diverso rispetto al resto d’Europa, anche se molti osservatori segnalano questo fenomeno come una “ mancata risposta” più che come una risposta sbagliata o diversa. I fenomeni variano nei diversi settori, comparti produttivi, territori e distretti, ma il dato italiano del rapporto tra competenze e mercato del lavoro mostra un trend chiaro, con una polarizzazione che nei prossimi anni prevede un auspicabile aumento che si traduce in una crescita delle professioni elementari a cui fa da contrasto una crescita delle competenze più elevate, limitata, ma da valutare con attenzione per le indicazioni che possiamo ricavare.
Se consideriamo il quadro delle tendenze dell’occupazione italiana svolto su dati ISTAT notiamo come entro il 2015 si dovrebbe determinare , a conferma di questo fenomeno, un aumento delle professioni non qualificate fino al 14 per cento. A questa tendenze si contrappone un aumento più limitato delle professioni ad elevata specializzazione ( 5 per cento) e delle professioni qualificate nel terziario e nei servizi ( 3,5 per cento). Si tratta di un dato complessivo ancora inferiore rispetto all’aumento delle professioni elementari, ma che per l’Italia rappresenta un punto di riferimento fondamentale e su cui investire.
Questi dati confermano la centralità dell’investimento in competenze per il sistema del terziario e più in generale come la crescita dell’occupazione e dello sviluppo passi attraverso la qualificazione della formazione e del lavoro. Investire in talenti non può rimanere uno slogan, se vogliamo davvero riprendere a crescere.


Niente competenze, niente competizione: l’impatto delle competenze snodo per tornare a crescere.


Una delle contraddizioni più evidenti del sistema Italia è rappresentata dalla crescente importanza delle competenze, della preparazione e della formazione dei lavoratori e di chi cerca lavoro per la nostra economia e da una inadeguata considerazione di questa centralità nelle scelte delle politiche economiche e del lavoro. Il fatto che il ruolo del capitale umano non sia stato al centro delle politiche industriali ed economiche è un aspetto di fondo delle scelte che hanno portato l’Italia a mancare nell’ultimo decenniop tutti gli obiettivi di crescita.
Il nostro sistema produttivo è peraltro caratterizzato da reti di piccole imprese con forti vocazioni che si basano su saperi e conoscenze ben  definite, in parte non tradotte da percorsi formativi di tipo formale perché ereditate da tradizioni più antiche o perché legate ad un approccio “ informale” e dinamico. Per non parlare delle eccellenze dei distretti del Made in Italy che, dall’agroalimentare alla moda, trovano il loro punto di forza nella originalità e nello stile di un prodotto che necessariamente è il risultato di competenze, capacità, conoscenze specifiche e dell’apporto fondamentale di un capitale umano e di saperi che a loro volta, per generare “ stile” , devono possederlo in termini di cultura, tecniche, atteggiamento mentale e di apprendimento.
Tutto questo dovrebbe portare i decisori delle politiche a mettere al primo posto delle nostre scelte di politica per lo sviluppo proprio il “ saper fare” , inteso nella costruzione diffusa di opportunità di formazione e conoscenze in grado di generare quelle competenze necessarie per determinare, attraverso la capacità degli individui ( per mutuare un termine dal pensiero del premio Nobel Amartya Sen) , la capacità competitiva dei territori.
In questi anni invece il declino italiano in termini di opportunità e di crescita ( siamo il paese europeo che negli ultimi anni è cresciuto meno) è coinciso con una attenzione al tema delle competenze e degli investimenti in conoscenza, ricerca e formazione del tutto inadeguata.
E’ quindi evidente come una delle ragioni di fondo dei problemi della società e dell’economia italiana stia proprio nella inadeguata capacità di governo e di promozione degli interventi per la crescita e diffusione di quelle competenze che sono fondamentali per l’occupazione e per lo sviluppo. Se consideriamo poi gli snodi del funzionamento, i meccanismi che collegano gli interventi per le competenze ai risultati, il dato critico del sistema Italia è proprio il collegamento tra le competenze ed il mercato del lavoro. I dati che testimoniano queste osservazioni sono davvero tanti.
Proviamo a valutare questo tema dal punto di vista del sistema di governo.
Se consideriamo la spesa per formazione e per innovazione ( distinta nelle diverse voci) e la capacità di questi investimenti di generare occupazione misurata secondo l’indice europeo della capacità competitiva ( European competitiveness index) l’Italia ha una delle peggiori performance in Europa. Siamo dietro paesi come la Francia e la Germania. In particolare viene stigmatizzata ed evidenziata nei report europei la presenza di una capacità di intervento ben diversa da regione a regione. In questo senso la scelta del legislatore italiano quasi quindici anni fa, all’inizio della stagione dei fondi europei per la coesione economica e sociale, di affidare quasi completamente il governo e  la programmazione dell’offerta formativa alle regioni ha prodotto sistemi dotati di qualità e di capacità di intervento del tutto diverse. Tuttavia le eccellenze in questo senso sono davvero poche: secondo gli osservatori dell’Unione Europea sono solo 4 su 20 le regioni italiane che hanno promosso politiche formative e del lavoro in grado di dare un contributo positivo alla crescita economica. Un altro aspetto di questa difficoltà è dato dalla ancora poco diffusa capacità di integrare le risorse pubbliche con quelle dei fondi interprofessionali per la formazione continua, ed in generale di promuovere una offerta formativa in grado di tener conto, di essere necessariamente connessa alla valutazione dei fabbisogni delle imprese. Non è un caso che molti scandali nelle regioni italiane in questi anni riguardino proprio la gestione delle risorse per la formazione. La critica diffusa, ormai diventata un vero e proprio luogo comune, considera la formazione erogata con fondi pubblici uno strumento che ha come obiettivo prioritario il trasferimento di risorse agli enti erogatori, più che la promozione di competenze utili per i disoccupati ed i lavoratori. In questi anni ci sono stati comunque miglioramenti e sono stati adottati da alcune regioni meccanismi di gestione degli interventi rigorosi e di misurazione dei risultati. Non è un dato comune e diffuso ed il fatto che l’Unione Europea imponga il controllo sui risultati e la qualità progettuale costituisce uno dei motivi della incapacità di spesa di tante regioni italiane. Desta davvero stupore il fatto che nel dibattito politico italiano, forse attento ai tagli più che ai risultati, non ci sia nessuna riflessione sulle forti difficoltà del modello regionalista di intervento sul capitale umano e sul mercato del lavoro e come questo assetto istituzionale vada cambiato, perché possa dare risultati migliori. Se consideriamo la formazione continua, ci troviamo di fronte a dati allarmanti, come evidenziato da diversi report. Il sistema pubblico di formazione continua ha capacità di intervento completamente diverse da regione a regione. L’abitudine alla promozione di interventi integrati con il sistema privato dei fondi interprofessionali non è diffusa e l’intervento che si è promosso in questi anni per il sostegno ai lavoratori con ammortizzatori sociali in deroga si è rivelato in generale poco utile ed in ogni caso ha prodotto risultati tra loro non comparabili. Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Toscana sono le uniche regioni che hanno saputo rispondere a questa sfida, ma il dato nazionale resta grave ed inadeguato. Inoltre il sistema dei fondi interprofessionali in Italia è meno sostenuto rispetto all’estero ed è caratterizzato da una parcellizzazione estrema : con molti fondi costituiti dalle diverse categorie, dei quali solo i principali hanno le necessarie caratteristiche di consistenza ed organizzazione tali da determinare buoni risultati. In ogni caso se un lavoratore tedesco trascorre in media un intero anno della sua vita lavorativa in formazione, per il lavoratore italiano la media della partecipazione alle iniziative di formazione è poco superiore ad un mese. Un dato emblematico, di un fenomeno che anche in questo caso vede Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna accaparrarsi da sole più del cinquanta per cento dei fondi disponibili. I maggiori fondi interprofessionali stanno prendendo le contromisure, ma la sfida è tutta da giocare. Questo quadro spiega molte delle inefficienze del nostro sistema e del perché l’Italia non crea lavoro e si è reso possibile in ragione di una sostanziale latitanza delle programmazione integrata tra lavoro, sviluppo e formazione a livello nazionale. Basti sapere che la riflessione del governo con le regioni sugli orientamenti comuni, gli standard, la garanzia dei livelli delle prestazioni, la verifica dei risultati e la premialità è abbastanza recente. La stessa legge 92 ( riforma Fornero ) prevede un sistema di norme volto a coordinare e promuovere l’apprendimento permanente e a definire strumenti per le reti dei servizi del lavoro e della formazione sul territorio. Sono tuttavia norme la cui portata è davvero tutta da verificare, anche per il rischio che, se salta il nodo del livello istituzionale provinciale, in termini di promozione degli interventi e dei servizi per la formazione e per l’impiego, sia poi del tutto da ricostruire il sistema dell’erogazione sul territorio dell’offerta formativa collegata al lavoro.
Esiste poi il tema generale, con cui si confronta l’Europa: passare dalla formazione intesa come saperi codificati nelle discipline tradizionali alla competenze, intese come capacità e conoscenze in grado di risolvere problemi e di svolgere compiti. Si tratta proprio del paradigma formativo del nuovo secolo.  Hic Rodhus, hic salta, direbbero gli antichi. Questo è il punto da affrontare e gli aspetti da decidere sono davvero palesi e mostrano un ritardo che è uno dei ritardi italiani rispetto alla crescita, ancor prima che rispetto all’Europa.
La polarizzazione dei saperi
Il rapporto curato dall’ISFOL per il Ministero del lavoro italiano sulle competenze necessarie all’economia ed alla crescita entra nel dettaglio delle questioni da affrontare, in modo lucido ed offrendo dati, mostrando fenomeni, chiarendo aspetti importanti. E’ utile innanzitutto considerare le previsioni occupazionali ( dati Cedefop) : i dati del 2012 mostrano come in Europa emerga una crescita delle professioni caratterizzate da competenze elevate e come il registro della competenza costituisca una chiave fondamentale per l’efficacia delle politiche del lavoro. Si sta definendo un sistema binario, fortemente polarizzato, che vede la diminuzione dello spazio delle professioni con competenze intermedie o poco specialistiche e la crescita ai due lati delle professioni con alte competenze e di quelle con competenze elementari. Si tratta di un cambiamento economico che può produrre rischi forti di separazione e disagio sociale e che peraltro non appare ancora adeguatamente affrontato dagli Stati nazionali, tesi in questa fase ad affrontare soprattutto l’emergenza finanziaria ed il problema del debito.  La polarizzazione del lavoro creerà nuovi fenomeni, con un evidente impatto nella tenuta sociale e nella stessa organizzazione della rappresentanza e della democrazia. E’ questo uno dei temi chiave del nuovo secolo: la dialettica tra detentori o meno di competenze.
Un altro aspetto interessante, segnalato dai ricercatori, è lo sviluppo di professionalità non routinarie, ossia non rimpiazzabili dall’innovazione tecnologica. E’ evidente peraltro che in questa fase la domanda di competenze elevate è inferiore alla offerta, fenomeno riscontrabile in Italia in modo particolarmente evidente, con i noti rischi di sottoinquadramento. Il rapporto tra titolo di studio ed occupazione mostra come il sottoinquadramento sia diffuso : se confrontiamo i dati prima e dopo la crisi, man mano cresce il titolo di studio diminuisce il tasso di disoccupazione, anche se valutiamo la differenza del dato tra uomini e donne. Poiché nello stesso periodo è aumentato il lavoro di minore qualità e diminuito quello di maggiore qualità, appare evidente come molti diplomati e laureati italiani svolgano mansioni inferiori rispetto al titolo di studio ed in molti casi anche rispetto alle competenze acquisite.
E’ chiaro che la capacità competitiva dell’economia italiana dipende molto dalla connessione tra il nostro sistema produttivo e la domanda di competenze più elevate che è presente nel resto d’Europa. Ad oggi l’Italia è purtroppo ancora disallineata rispetto al trend europeo : con il polo delle competenze elevate che è fermo o cala e quello delle competenze elementari che invece cresce. Questo è uno degli snodi da affrontare : poiché il sistema Italia non “ premia” le competenze elevate da alcuni anni assistiamo ad una fuga delle competenze nei paesi europei più premianti e ad una pericolosa diminuzione del livello medio delle competenze. Si tratta di una china pericolosa, che rischia di indebolire il sistema economico e di farci trovare impreparati nel momento della possibile ripresa, che sarà infatti dominata dai Paesi in grado di determinare e richiedere la presenza di competenze diffuse ed articolate. Niente competenze, niente competizione.
Nel rapporto ISFOL a questo proposito leggiamo che : “ il meccanismo virtuoso che rende incentivante l’investimento in capitale umano sia per i lavoratori che per le imprese ( ed in ultima analisi per l’intero sistema) sembra aver subito un rallentamento nel nostro Paese, allontanandolo dai principali competitors dell’area continentale.”.
L’aumento del peso specifico del terziario nell’economia italiana rende in particolare fondamentale creare un aumento nelle competenze in questo macrosettore, centrale per determinare il salto di qualità dell’intero sistema.
Solo una forte dinamica di investimento che parta dai servizi per coinvolgere il manifatturiero tradizionale delle piccole imprese può infatti determinare un aumento della domanda di competenze elevate.
In ogni caso gli anni della crisi mostrano come i paesi europei affrontino la polarizzazione delle competenze con contesti e fenomeni diversi : Francia, Regno Unito e Germania hanno un buon aumento sia delle alte competenze che di quelle elementari, Spagna e Grecia hanno una diminuzione complessiva delle competenze in ogni ambito, ma che incide di più sulle alte, mentre in Italia il dato dell’aumento delle professioni elementari ed il calo delle elevate è un fenomeno tanto evidente quanto pericoloso. E’ chiaro come questa lettura legga i fenomeni, facendoci cogliere una delle note di fondo con cui suona la crisi italiana : bassa qualità del lavoro che corrisponde a stagnazione e ad un paese ripiegato su se stesso e che non crea opportunità, ma ripropone logiche familistiche, assistenziali o neo corporative come soluzioni sbagliate.
L’innesto su questo sistema  chiuso e a basso valore aggiunto di mere risorse aggiuntive derivante da nuovi investimenti pubblici, come è auspicato da tanti economisti neo kynesiani, rischia peraltro di determinare un aumento della spesa non legato ad un incremento della domanda di competenze.
Il punto quindi non è solo aumentare gli investimenti per la formazione ed il lavoro, allontanandoci opportunamente dalla falsa convinzione neoliberista che il mercato si autorevoli , ma anche saper collegare questi investimenti a servizi innovativi in grado di generare quell’aumento di qualità e di opportunità che consentirebbe di allinearci all’aumento della domanda di competenze che troviamo nell’Europa che funziona. Se non funzionano i tagli indistinti, anche la spesa indistinta può essere dannosa.
Il confronto europeo delle competenze
E’ utile cogliere nella promozione della qualità del lavoro attraverso le competenze una delle modalità di fondo che ci permettono ci capire come i diversi paesi europei hanno reagito rispetto alla crisi e quale sia stata tra il 2007 ed il 2012 l’evoluzione dei rispettivi mercati del lavoro.
In generale il dato di fondo è determinato dal fatto che l’Europa a 27 ha provato a rispondere alla crisi investendo sulle competenze: se consideriamo la variazione media annua in questi anni le competenze elevate sono aumentate, mentre quelle medie e basse sono diminuite. Si tratta del dato medio e la valutazione è confortante: si esce dalla crisi attraverso una maggiore qualità del lavoro. Tuttavia le differenze tra le scelte dei paesi europei sono macroscopiche. In Germania ed in Francia cresce l’occupazione comunque, con un peso delle competenze elevate che è molto maggiore rispetto alle altre, in Portogallo e nel Regno Unito crescono solo le professioni elevate e cala l’occupazione di medio e basso livello, mentre in Irlanda, Grecia e Spagna cala ogni tipo di occupazione. L’Italia, come si è detto, vive l’anomalia di un quinquennio di crisi in cui cala l’occupazione di medio ed alto livello, ma aumenta quella di basso livello. Attenzione alla lettura del dato: l’Italia non è allineata con l’Europa a 27, anzi fa proprio il contrario ! Il sistema economico italiano rispetto alla crisi risponde in modo diverso rispetto al resto d’Europa, anche se molti osservatori segnalano questo fenomeno come una “ mancata risposta” più che come una risposta sbagliata o diversa. I fenomeni variano nei diversi settori, comparti produttivi, territori e distretti, ma il dato italiano del rapporto tra competenze e mercato del lavoro mostra un trend chiaro, con una polarizzazione che nei prossimi anni prevede un auspicabile aumento che si traduce in una crescita delle professioni elementari a cui fa da contrasto una crescita delle competenze più elevate, limitata, ma da valutare con attenzione per le indicazioni che possiamo ricavare.
Se consideriamo il quadro delle tendenze dell’occupazione italiana svolto su dati ISTAT notiamo come entro il 2015 si dovrebbe determinare , a conferma di questo fenomeno, un aumento delle professioni non qualificate fino al 14 per cento. A questa tendenze si contrappone un aumento più limitato delle professioni ad elevata specializzazione ( 5 per cento) e delle professioni qualificate nel terziario e nei servizi ( 3,5 per cento). Si tratta di un dato complessivo ancora inferiore rispetto all’aumento delle professioni elementari, ma che per l’Italia rappresenta un punto di riferimento fondamentale e su cui investire.
Questi dati confermano la centralità dell’investimento in competenze per il sistema del terziario e più in generale come la crescita dell’occupazione e dello sviluppo passi attraverso la qualificazione della formazione e del lavoro. Investire in talenti non può rimanere uno slogan, se vogliamo davvero riprendere a crescere.

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Formazione continua

11/04/2013

Formazione continua: il confronto tra le regioni italiane Per avere un quadro sistematico della situazione italiana e dell’impatto della formazione continua nei sistemi regionali del lavoro è importante valutare la relativa mappatura realizzata rispetto alla...

 


Formazione continua: il confronto tra le regioni italiane


Per avere un quadro sistematico della situazione italiana e dell’impatto della formazione continua nei sistemi regionali del lavoro è importante valutare la relativa mappatura realizzata rispetto alla partecipazione degli adulti alle attività della formazione formale e non formale nelle diverse regioni italiane e presente nel dodicesimo Rapporto del Ministero del Lavoro sulla formazione continua. Da questa mappa escono dati interessanti.

Il benchmark europeo viene infatti misurato anche su base territoriale ed in Italia i modelli, gli investimenti e le performance regionali sul lavoro e sulla formazione sono significativamente diverse tra loro. L’analisi del relativo grafico pubblicato sul rapporto rende chiara una evidente relazione tra le caratteristiche del tessuto produttivo su base regionale e il comportamento rispetto alla formazione.
In questo senso, come emerge dal commento ai dati, si evidenziano due aggregati con caratteristiche opposte: da una parte le regioni meridionali nel loro insieme, con tassi poco elevati rispetto alla formazione non formale, non a caso legata maggiormente al mercato del lavoro ed ai processi innovativi, e più elevati rispetto a quella formale; dall’altra le regioni centro-settentrionali con valori opposti. Situazioni intermedie sono riscontrabili per alcune regioni, quali Lazio, Sardegna, Valle d’Aosta e Marche: ad eccezione di questa ultima regione, che ha un tessuto industriale solido, si tratta di realtà che presentano peculiarità produttive specifiche (molto forte la presenza del terziario legato anche alla pubblica amministrazione) e che rappresentano realtà socio-economiche in transizione, fuori dalla condizione di arretratezza, ma che vedono ben presenti alcuni valori di difficoltà e scarsa autonomia territoriale, quali il livello di disoccupazione o una relativa scarsa propensione verso l’export delle proprie produzioni.
In ogni caso nessuna regione italiana al 2011 si avvicina al benchmark europeo: un dato che peggiora persino il dato negativo sull’efficienza del mercato del lavoro nei sistemi regionali ( in cui solo quattro regioni italiane su venti erano superiori alla media europea). Vale inoltre la pena riportare il commento ISFOL a questo fenomeno : “ la presenza più significativa della formazione formale nelle realtà meno sviluppate del Sud esprime un bisogno di apprendimento che continua a incanalarsi troppo spesso su un’offerta di formazione standard e disallineata rispetto al tessuto produttivo” .
Questo è il motivo, secondo i ricercatori, che spinge molti giovani del Sud a  perfezionare il proprio percorso di apprendimento, anche se di tipo non formale, laddove le iniziative di formazione garantiscono una reale connessione con le caratteristiche del sistema produttivo, alimentando di fatto l’offerta di competenze e conoscenze specializzate nei territori già sviluppati del Nord. Una sorta di “ immigrazione per le competenze “ che costituisce un aspetto, peraltro poco analizzato, del processo di trasferimento dei giovani nelle regioni italiane.
Questa distinzione tra le due grandi famiglie della formazione continua è confermata se si analizza il  peso delle iniziative non formali in concomitanza con livelli di responsabilità in impresa o verso una propria attività: in particolare per i dirigenti, i quadri e i libero professionisti la formazione di tipo formale assume un valore residuale, mentre è rilevante per quei ruoli che prevedono obblighi specifici formativi, come gli apprendisti, o che possono essere all’inizio del percorso professionale, come i collaboratori. Si tratta quindi di intervenire, secondo il Rapporto, su un aumento della partecipazione ad entrambe le dimensioni dell’attività formativa, tenendo tuttavia conto di come in un sistema consolidato e dinamico il ruolo della formazione non formale tenda a crescere. Si può valutare il differenziale di performance e di efficacia del mercato del lavoro tra i sistemi regionali italiani anche attraverso questo punto di osservazione, che conferma la debolezza dei sistemi regionali del lavoro italiani rispetto ai fondamentali dello sviluppo e ne definisce le differenze ed i limiti.

 


Formazione continua: il confronto tra le regioni italiane


Per avere un quadro sistematico della situazione italiana e dell’impatto della formazione continua nei sistemi regionali del lavoro è importante valutare la relativa mappatura realizzata rispetto alla partecipazione degli adulti alle attività della formazione formale e non formale nelle diverse regioni italiane e presente nel dodicesimo Rapporto del Ministero del Lavoro sulla formazione continua. Da questa mappa escono dati interessanti.

Il benchmark europeo viene infatti misurato anche su base territoriale ed in Italia i modelli, gli investimenti e le performance regionali sul lavoro e sulla formazione sono significativamente diverse tra loro. L’analisi del relativo grafico pubblicato sul rapporto rende chiara una evidente relazione tra le caratteristiche del tessuto produttivo su base regionale e il comportamento rispetto alla formazione.
In questo senso, come emerge dal commento ai dati, si evidenziano due aggregati con caratteristiche opposte: da una parte le regioni meridionali nel loro insieme, con tassi poco elevati rispetto alla formazione non formale, non a caso legata maggiormente al mercato del lavoro ed ai processi innovativi, e più elevati rispetto a quella formale; dall’altra le regioni centro-settentrionali con valori opposti. Situazioni intermedie sono riscontrabili per alcune regioni, quali Lazio, Sardegna, Valle d’Aosta e Marche: ad eccezione di questa ultima regione, che ha un tessuto industriale solido, si tratta di realtà che presentano peculiarità produttive specifiche (molto forte la presenza del terziario legato anche alla pubblica amministrazione) e che rappresentano realtà socio-economiche in transizione, fuori dalla condizione di arretratezza, ma che vedono ben presenti alcuni valori di difficoltà e scarsa autonomia territoriale, quali il livello di disoccupazione o una relativa scarsa propensione verso l’export delle proprie produzioni.
In ogni caso nessuna regione italiana al 2011 si avvicina al benchmark europeo: un dato che peggiora persino il dato negativo sull’efficienza del mercato del lavoro nei sistemi regionali ( in cui solo quattro regioni italiane su venti erano superiori alla media europea). Vale inoltre la pena riportare il commento ISFOL a questo fenomeno : “ la presenza più significativa della formazione formale nelle realtà meno sviluppate del Sud esprime un bisogno di apprendimento che continua a incanalarsi troppo spesso su un’offerta di formazione standard e disallineata rispetto al tessuto produttivo” .
Questo è il motivo, secondo i ricercatori, che spinge molti giovani del Sud a  perfezionare il proprio percorso di apprendimento, anche se di tipo non formale, laddove le iniziative di formazione garantiscono una reale connessione con le caratteristiche del sistema produttivo, alimentando di fatto l’offerta di competenze e conoscenze specializzate nei territori già sviluppati del Nord. Una sorta di “ immigrazione per le competenze “ che costituisce un aspetto, peraltro poco analizzato, del processo di trasferimento dei giovani nelle regioni italiane.
Questa distinzione tra le due grandi famiglie della formazione continua è confermata se si analizza il  peso delle iniziative non formali in concomitanza con livelli di responsabilità in impresa o verso una propria attività: in particolare per i dirigenti, i quadri e i libero professionisti la formazione di tipo formale assume un valore residuale, mentre è rilevante per quei ruoli che prevedono obblighi specifici formativi, come gli apprendisti, o che possono essere all’inizio del percorso professionale, come i collaboratori. Si tratta quindi di intervenire, secondo il Rapporto, su un aumento della partecipazione ad entrambe le dimensioni dell’attività formativa, tenendo tuttavia conto di come in un sistema consolidato e dinamico il ruolo della formazione non formale tenda a crescere. Si può valutare il differenziale di performance e di efficacia del mercato del lavoro tra i sistemi regionali italiani anche attraverso questo punto di osservazione, che conferma la debolezza dei sistemi regionali del lavoro italiani rispetto ai fondamentali dello sviluppo e ne definisce le differenze ed i limiti.

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I tirocini formativi

12/03/2013

I tirocini formativi e di orientamento rappresentano una strumento di politica attiva del lavoro offerta ai giovani per favorire il loro ingresso nel mondo del lavoro e si inseriscono a pieno titolo nella logica dell’integrazione tra formazione e lavoro. Attraverso questo strumento si...

I tirocini formativi e di orientamento rappresentano una strumento di politica attiva del lavoro offerta ai giovani per favorire il loro ingresso nel mondo del lavoro e si inseriscono a pieno titolo nella logica dell’integrazione tra formazione e lavoro. Attraverso questo strumento si ha la possibilità di avvicinarsi al mondo dell’impresa ed arricchire il proprio percorso scolastico con la verifica on the job delle nozioni teoriche già acquisite e l’a pprendimento di altre di natura tecnico-pratica

I tirocini formativi e di orientamento rappresentano una strumento di politica attiva del lavoro offerta ai giovani per favorire il loro ingresso nel mondo del lavoro e si inseriscono a pieno titolo nella logica dell’integrazione tra formazione e lavoro. Attraverso questo strumento si ha la possibilità di avvicinarsi al mondo dell’impresa ed arricchire il proprio percorso scolastico con la verifica on the job delle nozioni teoriche già acquisite e l’a pprendimento di altre di natura tecnico-pratica

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Fondimpresa 05/2012

16/02/2013

AVVISO N. 5/2012 di Fondimpresa (scadenza: 31 luglio 2013 o esaurimento risorse finanziarie) Beneficiari: Piccole e medie imprese aderenti a Fondimpresa che, a partire dal 1 gennaio 2012 non abbiano fatto richiesta di piani formativi che prevedevano la concessione di...




AVVISO N. 5/2012 di Fondimpresa (scadenza: 31 luglio 2013 o esaurimento risorse finanziarie)

Beneficiari: Piccole e medie imprese aderenti a Fondimpresa che, a partire dal 1 gennaio 2012 non abbiano fatto richiesta di piani formativi che prevedevano la concessione di contributi aggiuntivi.

Requisiti richiesti: l’azienda che presenta il Piano deve rispettare le seguenti linee al momento della presentazione del piano formativo.

- Avere una adesione a Fondimpresa già attiva;

- Avere il saldo del proprio Conto formazione di Fondimpresa in attivo;

- Appartenere alla categoria delle piccole o medie imprese, nel rispetto dei parametri comunitari e possedere i requisiti richiesti dal regime di aiuti di Stato prescelto (generalmente si tratta del de minimis);

- Non avere presentato, a partire dal 1 gennaio 2012, alcun piano a Fondimpresa che prevedesse l’erogazione di contributi supplementari;

- I piani dell’avviso 5/2012 vanno presentati sul Conto Formazione impegnando tutte le risorse accantonate dall’azienda. Il contributo supplementare richiedibile può arrivare fino ad un massimo di 15.000 (quindicimila) euro;

Il Piano può riguardare solo azioni formative direttamente ed esclusivamente connesse allo sviluppo in azienda di iniziative di commercio elettronico o alla realizzazione di progetti o interventi di innovazione digitale. Questa correlazione deve essere evidenziata in modo chiaro e puntuale nella compilazione del formulario del Piano formativo.



Nello specifico ci sono 2 ambiti di presentazione piani:

1 - Sviluppo di iniziative di commercio elettronico(e-commerce) con vendita diretta ai consumatori (B2C: Business to Consumer) o con vendita tra aziende (B2B: Business to Business) per l’apertura al mercato globale e per l’internazionalizzazione delle PMI aderenti, mediante azioni di formazione connesse alla pianificazione e progettazione dell’attività aziendale on-line, anche sulla base di piattaforme web based per l’erogazione di servizi.



2 - Realizzazione di progetti o interventi di innovazione digitale che riguardano l’introduzione di nuovi processi in azienda (o un notevole miglioramento di quelli già esistenti) e che richiedono, in una o più fasi della digitalizzazione, la formazione del personale interessato nelle PMI aderenti.



- Nel caso in cui il Piano venga presentato da una serie di aziende congiunte, tutti i requisiti richiesti devono essere posseduti da ognuna delle PMI aderenti.



Le PMI aderenti possono presentare piani formativi interaziendali, o singoli piani aziendali anche con l’utilizzo dei voucher formativi. I piani possono essere anche multi regionali.




AVVISO N. 5/2012 di Fondimpresa (scadenza: 31 luglio 2013 o esaurimento risorse finanziarie)

Beneficiari: Piccole e medie imprese aderenti a Fondimpresa che, a partire dal 1 gennaio 2012 non abbiano fatto richiesta di piani formativi che prevedevano la concessione di contributi aggiuntivi.

Requisiti richiesti: l’azienda che presenta il Piano deve rispettare le seguenti linee al momento della presentazione del piano formativo.

- Avere una adesione a Fondimpresa già attiva;

- Avere il saldo del proprio Conto formazione di Fondimpresa in attivo;

- Appartenere alla categoria delle piccole o medie imprese, nel rispetto dei parametri comunitari e possedere i requisiti richiesti dal regime di aiuti di Stato prescelto (generalmente si tratta del de minimis);

- Non avere presentato, a partire dal 1 gennaio 2012, alcun piano a Fondimpresa che prevedesse l’erogazione di contributi supplementari;

- I piani dell’avviso 5/2012 vanno presentati sul Conto Formazione impegnando tutte le risorse accantonate dall’azienda. Il contributo supplementare richiedibile può arrivare fino ad un massimo di 15.000 (quindicimila) euro;

Il Piano può riguardare solo azioni formative direttamente ed esclusivamente connesse allo sviluppo in azienda di iniziative di commercio elettronico o alla realizzazione di progetti o interventi di innovazione digitale. Questa correlazione deve essere evidenziata in modo chiaro e puntuale nella compilazione del formulario del Piano formativo.



Nello specifico ci sono 2 ambiti di presentazione piani:

1 - Sviluppo di iniziative di commercio elettronico(e-commerce) con vendita diretta ai consumatori (B2C: Business to Consumer) o con vendita tra aziende (B2B: Business to Business) per l’apertura al mercato globale e per l’internazionalizzazione delle PMI aderenti, mediante azioni di formazione connesse alla pianificazione e progettazione dell’attività aziendale on-line, anche sulla base di piattaforme web based per l’erogazione di servizi.



2 - Realizzazione di progetti o interventi di innovazione digitale che riguardano l’introduzione di nuovi processi in azienda (o un notevole miglioramento di quelli già esistenti) e che richiedono, in una o più fasi della digitalizzazione, la formazione del personale interessato nelle PMI aderenti.



- Nel caso in cui il Piano venga presentato da una serie di aziende congiunte, tutti i requisiti richiesti devono essere posseduti da ognuna delle PMI aderenti.



Le PMI aderenti possono presentare piani formativi interaziendali, o singoli piani aziendali anche con l’utilizzo dei voucher formativi. I piani possono essere anche multi regionali.

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Foncoop 20/2012

01/02/2013

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